Calcio

Napoli, dico la mia: la cittadinanza onoraria a Spalletti va revocata. Perché non parlare prima?

Ricordate la gag esilarante di Massimo Troisi durante la festa televisiva per il primo scudetto del Napoli? Quando, intervistato da Gianni Minà, doveva dire qualcosa alla città? Provo a replicarla per evitare le solite accuse di benaltrismo.

“E’ stato detto che il principale (non unico) responsabile della disastrosa stagione del Napoli è Aurelio De Laurentiis, che in venti anni avrà sbagliato (trovatemi un imprenditore che le azzecca tutte in un periodo di tempo cosi lungo) la strategia gestionale non più di quattro volte?” “Sì, è stato detto!”

“E’ stato detto che il principale artefice dello scudetto dell’anno scorso è stato Luciano Spalletti, chapeau, che ha trasformato una squadra di calciatori discreti (non eccezionali) in una corazzata imbattibile?” “Sì, è stato detto!”

“E’ stato detto che l’eroe Spalletti, come l’omerico Ulisse, ha tradito i napoletani nonostante le ipocrite e contraddittorie attestazioni di amore nei confronti della città?” “Tranne pochi miscredenti, è blasfemiai!”

Proprio come nell’Odissea, dove Penelope resta fedele a un Ulisse che vive tranquillamente relazioni con altre donne come Calipso e Circe, anche nella moderna epopea calcistica, percepiamo i comportamenti dell’eroe Spalletti-Ulisse come accettabili. L’incantesimo mitologico-omerico ci induce a tollerare tutto ciò che accade.

Milan Kundera, in L’ignoranza, nota come Omero, glorificando la nostalgia di casa, stabilisca una gerarchia morale dei sentimenti, con Penelope al vertice, molto al di sopra di Calipso. Eppure, per Luciano Spalletti, ex allenatore del Napoli, la situazione è ora manifestatamente diventata controversa. Dopo aver ricevuto la cittadinanza onoraria a dicembre dal sindaco (perché solo a lui e non a tutti gli artefici dello scudetto?), sembrava che Spalletti avesse creato un legame indissolubile con la città.

“Se lascio, non è perché ho smesso di amare, ma perché ho speso tutto quello che avevo per essere all’altezza”, affermava lo scorso giugno promettendo di non allenare per un certo periodo di tempo nessun’altra squadra che non fosse il Napoli. Tuttavia, le parole si sono rivelate fin da subito effimere. Dopo soli due mesi dalla promessa di prendersi un anno sabbatico, il cambiamento è stato drammatico: il 18 agosto, Spalletti ha firmato con la nazionale italiana, dimostrando una flagrante incoerenza rispetto alle sue precedenti dichiarazioni di fedeltà e all’autenticità delle emozioni precedentemente espresse.

Ma la pantomima non è durata tanto. Recentemente, il CT della nazionale ha adottato un tono diverso: “A Napoli avevamo tutto per proseguire su ciò che abbiamo vinto. Bisognerebbe essere a conoscenza delle cose. Io voglio bene a tutti, perdono tutti, ma non dimentico. Non dico perché sono andato via, ma non per paura”. Queste dichiarazioni contrastano marcatamente con l’amore incondizionato professato meno di un anno prima.

Se davvero amava la città e i napoletani, perché queste dichiarazioni non sono state fatte a giugno? Forse si sarebbe scoperchiato il pentolone, aprendo un dibattito che avrebbe potuto ridurre i deliri di onnipotenza di De Laurentiis. Spalletti, che spesso “filosofeggia” con citazioni e archetipi junghiani, dovrebbe conoscere bene il pensiero di Eraclito, che diceva: “La guerra è la madre di tutte le cose”. In questo contesto, le tensioni e i conflitti nel Napoli, se emergevano subito, avrebbero potuto avere la funzione di catalizzatori di cambiamento e rivelazione.

Ecco perché, da napoletano verace, lancio un provocatorio appello per la revoca della cittadinanza onoraria conferita a Luciano Spalletti con troppa leggerezza. Questo riconoscimento, simbolo di un legame profondo con la città e i suoi cittadini, sembra ora un’affiliazione sentimentale messa in dubbio dalle azioni successive del tecnico di Certaldo. Queste dinamiche portano a riflettere sulla natura effimera delle dichiarazioni di affetto in un mondo calcistico sempre più dominato da interessi pragmatici e temporanei.

L’onorificenza a Spalletti, inizialmente vista come un segno di amore eterno, cambia direzione così radicalmente tanto da sollevare interrogativi sulla serietà con cui questi riconoscimenti vengono percepiti e sulla possibile necessità di riconsiderare i criteri con cui vengono conferiti.

In casi estremi, la cittadinanza può essere revocata, ad esempio, “in relazione alla sopravvenuta carenza dei requisiti che ne avevano giustificato il conferimento”. Potrebbe essere revocata paradossalmente per danni d’amore, dato l’innamoramento professato e non manifestato con atti concreti da Spalletti verso Napoli.

Il caso di Luciano Spalletti lascia l’amaro in bocca a molti tifosi, non solo napoletani. Tra promesse non mantenute e sentimenti rapidamente messi da parte, resta la domanda: fino a che punto le parole di un allenatore possono essere prese sul serio, e quanto velocemente il calcio moderno può trasformare eroi in estranei? Purtroppo, in questa vicenda, non c’è nulla di nuovo; le parole nel calcio volano al vento, e il grande allenatore dell’Italia ne è l’ultimo esempio.