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NBA Freestyle | Shai Gilgeous-Alexander, lo stile vintage senza fronzoli ed efficace

Pensieri in libertà (con libertà di pensiero) sulla settimana NBA

Shai Gilgeous-Alexander: lo stile vintage, ma efficace
Appassionati di basket, godetevelo. Perché se amate il basket, non può non essere magnetico per voi. Shai Gilgeous-Alexander è ormai una stella di prima grandezza e lo sta dimostrando anche nei playoff. Questo al di là del fatto che i suoi Thunder siano sotto 3-2 contro i Dallas Mavericks. Non importa. È il modo in cui l’ex Clippers guida i suoi a saltare agli occhi. La sua leadership silenziosa, ma efficace. Il suo gioco mai accentratore, eppure sempre così dominante quando serve. Le sue cifre nella post-season parlano di quasi 30 punti di media, con oltre il 37% da tre (che non è male per non essere la sua vera specialità). I fatti parlano di una point-guard che ha portato il gioco dalla media distanza a un nuovo livello. Uno stile che si può definire vintage, ma non per questo meno efficace. Se punta l’avversario in uno-contro-uno è in grado di usare mille e più trucchetti (anche detti “fondamentali”) per creare separazione tra sé e il difensore. Cambia velocità e ritmo durante la penetrazione, sembra fermarsi, poi riparte, magari finta e l’avversario è già sbilanciato. Oppure, virata sul perno con annesso cambio di direzione per un comodo tiro dal gomito. Semplice, lineare, senza troppi fronzoli, non si passa la palla tra le gambe mille volte e non salta un metro da terra. Però, per l’MVP stagionale, dopo Jokic si poteva benissimo bussare alla sua porta.

Luka Doncic: l’urlo di Gara 5
Non stava giocando bene Luka Doncic prima della vittoria in Gara 5 contro gli Oklahoma City Thunder. Se vogliamo, stava tirando anche peggio. Una selezione di tiro abbastanza imbarazzante per un giocatore con la sua intelligenza cestistica. Diverse forzature per nulla in ritmo che tutti gli avversari amano: sono tiri a bassa percentuale, che non muovono la difesa. E, infatti, le percentuali dello sloveno rimangono nonostante tutto sospette: 41,3% dal campo e 28% da tre. Numeri non certo da dominatore dell’universo. Poi arriva Gara 5, abbastanza decisiva, che può portare a un 3-2 dei Mavs con la prossima partita da giocare a Dallas (per chiudere la serie). Ed ecco che Doncic non perde l’occasione di farsi notare, perché i suoi fondamentali sono talmente ben rifiniti, che non ha bisogno di andare a cento all’ora palla in mano e nemmeno di volare sulla testa degli avversari per dettare legge. Per la stella dei Maverics, quindi, 31 punti, 10 rimbalzi e 11 assist. Una tripla-doppia spettacolare, con alcuni passaggi per i compagni che solo un talento sconfinato per il gioco possono spiegare. Come l’alley-oop per Jones che arrivava sulla corsia di destra in transizione nel primo quarto. Oppure il dai-e-vai chiuso con un lob per Lively all’inizio del secondo quarto. Basterà per la Finale di Conference?

Nuggets vs T-Wolves: si va a Gara 7
I Minnesota T-Wolves forzano i Nuggets verso una Gara 7 che si prospetta uno di quei momenti irripetibili, per cui vale la pena perdere ore di sonno. Bravi, se lo meritano. Se lo meritano entrambe le squadre. È stata una serie di aggiustamenti, di difese aggressive, di “miglior attacco che batte sempre la miglior difesa”, vero, ma anche di “se difendi davvero bene, magari il miglior attacco non si materializza”. Denver intontita dopo le prime due partite. Jokic costretto (grazie alla difesa e alle rotazioni veloci) a “pensarsi” prima realizzatore che passatore. Innaturale per lui, che deve immaginare pallacanestro senza costrizioni per rimanere nel personaggio. Ed essendo, il serbo, un “sistema di gioco” e non un semplice giocatore, ne hanno risentito sia lui che i compagni. Poi in Gara 3 e in Gara 4, con il Joker più libero di creare anche per gli altri, i Nuggets sono tornati quelli di sempre. La palla ha ricominciato a circolare meglio, giocatori maggiormente coinvolti, tiri presi con una migliore selezione, giochi a due tra Jokic e Murray di nuovo un rebus indecifrabile. Perché il basket di Denver, quello nel DNA di squadra, è un basket altruista, dove non importa se sia Gordon, Murray o Jokic a farne 30. La cosa fondamentale è tirare in ritmo, è che se un compagno ha un tiro migliore del tuo gli passi la palla e stop. In Gara 5, ecco il capolavoro del tre volte MVP. Sul piede-perno fate contro Hakeem Olajuwon. E Rudy Gobert ha pure a tratti difeso degnamente, con scivolamenti laterali spesso corretti. Ma nulla. Il talento, quello vero, lo puoi contenere fino a un certo punto. Per il centro dei Nuggets: 40 punti e 13 assist, tirando da tre con il 66,7%. Ma la difesa di Minnesota non è episodica, è strutturale. Si è visto in Gara 6. Rotazioni veloci (di nuovo) con l’obiettivo di chiudere le linee di passaggio. Towns su Jokic come in Gara 2 e Gobert in aiuto. Jokic a 2 assist. Murray a 10 punti con il 22,2% dal campo. Gara 7? Se la difesa dei T-Wolves è quella di Gara 2, sono virtualmente imbattibili per chiunque. Ma se danno a Jokic la libertà di attaccare con continuità sugli short-roll, e non mettono sabbia negli ingranaggi tra il serbo e Murray, la situazione è a favore dei Nuggets.

That’s all Folks!

Alla prossima settimana.