Mondo

Aviaria, in Usa gli allevatori contro i controlli nelle fattorie. I funzionari dei Cdc ricorrono ai veterinari locali

Il governo degli Stati Uniti ha temporaneamente allentato le rigide linee guida su come i laboratori e le strutture di sanità pubblica trasportano, gestiscono, conservano i campioni di influenza aviaria H5N1, considerati agenti patogeni ad alto rischio. La misura consentirà ai laboratori di ridurre gli oneri burocratici e di disporre di un tempo più lungo per concentrarsi su ricerca e prevenzione. Sino ad ora, tutto il materiale selezionato doveva essere decontaminato e distrutto nel giro di una settimana. Ora il tempo a disposizione sarà di un mese.

Prosegue intanto la valutazione dei rischi per gli umani. Dalla fine di marzo il virus H5N1 è stato rilevato tra i bovini da latte in nove Stati americani, ha ucciso milioni di uccelli selvatici in tutto il mondo, costretto all’abbattimento delle greggi domestiche e infettato diverse specie di mammiferi. Solo un lavoratore di un’azienda lattiero-casearia è però risultato positivo al virus – sviluppando peraltro sintomi piuttosto leggeri – e gli US Centers for Disease Control and Prevention (CDC) hanno affermato che non ci sono prove solide che l’influenza aviaria si stia diffondendo tra gli umani. Secondo alcuni, la scarsità dei test su animali e umani e le resistenze da parte dell’industria agro-alimentare rendono però difficile capire esattamente le dimensioni del fenomeno.

Gli allevatori non fanno entrare le autorità nelle fattorie – Il sospetto verso il governo, l’avversione nei confronti delle ingerenze delle autorità federali sono del resto sentimenti ampiamente diffusi tra gli agricoltori americani, soprattutto negli Stati del Sud e del Midwest, e vengono alimentati dalle autorità repubblicane locali. “Avere il CDC presente con una squadra di risposta è estremamente intimidatorio nei confronti dei lavoratori”, ha affermato Justin Smith, commissario per la salute degli animali del Kansas. Situazione molto simile in Texas, dove si è verificato l’unico caso accertato di influenza aviaria. Sia il lavoratore contagiato sia i suoi colleghi si sono rifiutati di sottoporsi agli esami del sangue che avrebbero potuto dare indicazioni più certe sulla diffusione della malattia.

Ed è stato proprio il commissario dell’agricoltura del Texas, Sid Miller, un ex cowboy da rodeo con posizioni vicine a quelle di Donald Trump, ad accusare il governo federale di “eccessive forme di controllo”, chiedendo quindi una “rapida marcia indietro”. Il Texas non ha peraltro invitato i CDC a condurre studi epidemiologici sul campo, “considerato che non abbiamo trovato una sola azienda lattiero-casearia interessata a parteciparvi”, ha spiegato la portavoce dei servizi sanitari dello Stato. Di fatto, dunque, le autorità sanitarie sono impossibilitate a entrare nelle fattorie e nelle aziende dove vengono lavorati prodotti lattiero-caseari.

Le misure – Tra produttori e lavoratori ci sono del resto timori che la vicenda possa avere effetti economici profondamente negativi. Gli allevatori non ricevono alcun risarcimento per le perdite finanziarie derivanti dalla minore produzione di latte o dall’impossibilità di trasferire le loro mucche, potenzialmente contagiate, verso altri mercati. Una soluzione, indicano alcuni esperti del settore, potrebbe essere implementare un sistema di compensazione federale simile a quello già in atto per gli allevatori di pollame, costretti ad abbattere milioni di esemplari. Ciò peraltro consentirebbe di monitorare più da vicino i bovini, consentendo di agire rapidamente nel caso di epidemie come quella in corso. Queste misure però, al momento, non ci sono ed è dunque molto difficile che le resistenze del mondo dell’agricoltura USA si ammorbidiscano. Funzionari dei CDC stanno cercando strade alternative e meno invasive nei confronti di aziende e lavoratori, per esempio il ricorso a veterinari locali per testare gli animali e la promessa di non divulgazione dei dati per evitare di identificare gli allevamenti.

Il vaccino che verrà? – Di fronte alla riluttanza degli allevamenti a testare lavoratori e animali, gli scienziati si stanno comunque rivolgendo a studi sperimentali, orientati in particolare a capire le possibili mutazioni del virus che possano interessare gli umani. Allo stato attuale della ricerca, è comunque chiaro che se il virus acquisisse la capacità di diffondersi negli esseri umani, il vaccino sarebbe la soluzione privilegiata. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, esistono piani in atto per la sua produzione e sistemi internazionali che possano comunque essere attivati nel caso di epidemia. Maria Van Kerkhove, epidemiologa e direttrice ad interim del settore per la prevenzione dell’OMS, ha fatto riferimento a un sistema definito 70 anni fa, chiamato “Global Influenza Surveillance and Response System”, che coinvolge 150 centri nazionali per l’influenza, in 130 stati membri, in grado di esaminare la circolazione del virus e i sottotipi capaci di diventare potenziali pandemie.