Cinema

Cannes 77, Valeria Golino star: “Orgogliosa che il viaggio de L’arte della gioia cominci proprio qui perché mi hanno sempre sostenuta come regista”

La protagonista Modesta è interpretata dalla notevolissima Tecla Insolia

“Ho sempre rubato la mia parte di gioia, a tutto e tutti”. Lapidaria e sincera, così si rivela la giovane Modesta, dalla personalità decisamente opposta all’aggettivo eponimo al suo nome. Antieroina complessa e controversa, la protagonista del romanzo postumo di Goliarda Sapienza, “L’arte della gioia”, rivive nell’omonima serie creata e parzialmente diretta da Valeria Golino, oggi con successo presentata in prima mondiale al 77esimo Festival di Cannes.

L’attrice e regista italiana, indiscussa star a livello internazionale, è alla sua prima prova seriale dopo i due lungometraggi “Miele” ed “Euforia”, e da beniamina sulla Croisette, ha accolto con gratitudine e felicità l’ennesimo invito del festival dove accanto alla presentazione della serie terrà una Masterclass. “Cannes mi ha sempre sostenuta nel mio percorso da regista e sono orgogliosa che il viaggio de L’arte della gioia cominci proprio qui”.

Tratta dalla prima parte del romanzo della Sapienza, la miniserie in sei puntate è prodotta da Viola Prestieri per HT Film e da Sky Studios, sulla cui piattaforma sarà programmata prossimamente dopo l’uscita in sala grazie a Vision Distribuiton in due parti: il 30 maggio e il 13 giugno. Interamente girata in Sicilia, tra paesaggi selvaggi e le opulente stanze di una’aristocratica villa, L’arte della gioia secondo Golino contiene i ed esplode dei tratti essenziali della scrittura di Sapienza, con tutto il portato delle sue tematiche giudicate amorali e che tanti problemi (veri e propri rifiuti) di pubblicazione hanno causato al romanzo iniziato nel 1967 e terminato nel 1976.

Modesta, interpretata dalla notevolissima Tecla Insolia, è l’eroina da cui volentieri si prende distanza: machiavellica, cinica, arrivista, spregiudicata, manipolatrice, seduttiva, intimamente e ferocemente libera, guarda al proprio “diritto alla gioia” come bene irrinunciabile e per il quale è lecito sacrificare vite altrui. Non brilla in simpatia (“più odiavo e più mi sentivo bene”), la sua doppiezza manipolatoria la distanzia da (quasi) tutte le protagoniste dei lunghi romanzi epici sull’emancipazione femminile, eppure non può che suscitare ammirazione perché vibra di una rara sincerità, lontana finalmente dalle ipocrisie dei benpensanti.

Post-moderna che dir si voglia, contemporanea nell’assenza di giudizio gender(fa sesso felicemente tanto con donne che con uomini…), l’orfana Modesta o Maudì come sceglie di chiamarla la principessa Gaia Brandiforti – la quintessenza dell’ancien regime, una figura tragicamente gattopardesca interpretata dalla sempre eccelsa Valeria Bruni Tedeschi – è inquadrata tra il 1909 e la fine della Prima Guerra Mondiale mentre conduce la sua presa al potere, che per lei equivale alla libertà, senza scrupoli, (s)cavalcando le vite di chi la ama e circonda, dalla superiora Leonora (Jasmine Trinca) al buon autista Rocco che voleva sposarla, approfittando nel frattempo delle grazie di Beatrice – la figlia segreta di Leonora – e delle notti infuocate con Carmine (Guido Caprino), il factotum di fiducia della nobile famiglia. Attraversando due guerre – quella armata e quella contro la Spagnola rappresentata e “narrata” come il recente Covid – il racconto mette in scena il definitivo passaggio dall’800 al secolo breve, ma anche del sistema feudale al neo affermatosi comunismo, una mutazione di paradigma valoriale di cui Modesta sembra essere la metonimia definitiva.

Formalmente la serie mostra delle interessanti qualità visive: illuminate alla direzione della fotografia da Fabio Cianchetti e solidamente montate da Giogiò Franchini, le scene sono rese dalla fluidità di una videocamera molto mobile (steadycam, Dolby, drone..) che stringe, apre, si affianca a personaggi e alle loro controverse personalità (specie quelle femminili) assai ben scritte dalla stessa Golino con Luca Infascelli, Francesca Marciano, Valia Santella e Stefano Sardo. Le luci “caravaggesche” ne alimentano la tensione di suspence e mistero di alcuni passaggi narrativi (si respira aria hitchcockiana in alcuni momenti…) così come il gioco di ombre – Modesta dialoga con la propria ombra fin da bambina per combattere la solitudine – ne incoraggia la perturbante onnipresenza dei fantasmi, tanto di (in)coscienza della protagonista quanto di abitazione di un mondo che non può più esistere.