Crime

Delitto dell’armadio, un testimone rompe il silenzio dopo 30 anni: “Vidi un uomo davanti a casa sua, in mano aveva una busta di plastica”

Sergio Bottaro, testimone chiave dell'assassinio di Antonella Di Veroli, ha parlato per la prima volta a 'Chi l'ha visto?'

“Chi l’ha visto?” torna con nuovi elementi sul delitto della “donna nell’armadio”, l’omicidio irrisolto di Antonella Di Veroli che fu trovata cadavere nell’armadio della sua casa romana, in via Domenico Oliva, il 12 aprile del 1994. I medici legali stabilirono che la donna era stata assassinata il 10 aprile. Nel corso dell’ultima puntata del programma in onda su Rai Tre, sono intervenute la sorella e la nipote di Antonella che chiedono a nome della famiglia la riapertura del caso, in vista di reperti mai analizzati, tra cui un bossolo rinvenuto nella stanza in cui è stata uccisa la donna e che con molta probabilità è stato toccato dall’assassino ancora ignoto. “Spesso trascorreva le vacanze con noi si andava al mare, era la mia zia preferita”, così la nipote Alessandra commenta davanti alle telecamere le immagini trasmesse, finora inedite, che riprendono Antonella con la sua famiglia in barca. La sorella Carla oggi racconta: “Mia sorella era una persona con un carattere molto forte, molto buona e sofferente per non aver creato una famiglia sua, sarebbe stata una madre molto dolce”.

Il testimone
Chi l’ha visto? ha parlato anche con un testimone chiave, Sergio Bottaro che ha raccontato di aver visto, la sera del 10 aprile (quella in cui avvenne il delitto) un uomo mai incontrato prima che si avvicinò alla casa di Antonella Di Veroli quella sera, prima che della donna si perdesse ogni traccia. Ricorda Bottaro: “Vidi quest’uomo di domenica pomeriggio, era ai citofoni, gli chiesi se cercava qualcuno ma lui mi disse che stava aspettando una persona, in mano aveva una busta di plastica, dentro non so cosa avesse”. Un uomo misterioso, nessuno fra quelli indagati ovvero il ragioniere Umberto Nardinocchi, un amico della donna, e il fotografo Vittorio Biffani. Entrambi avevano avuto una relazione con Antonella. Prosegue Bottaro: “Io una volta che ho fatto la mia deposizione, ho ricevuto delle minacce, dopo nemmeno 48 ore. Telefonarono a mio padre, a casa, gli dissero di fare attenzione perché mi avrebbero dato fuoco. Poi quando uscivo di casa, c’era questa auto con i vetri oscurati da cui mi auguravano buona giornata, ce l’avevano con me, poi telefonate minatorie, risatine alle due di notte. Non mi hanno mai fatto il nome di Di Veroli però le minacce sono giunte poco dopo che raccontai di quella presenza”. Quelle minacce durarono un anno: “Le ho vissute malissimo ed è per questo che non volevo fare nemmeno questa intervista”.

La vittima
Antonella Di Veroli aveva una vita scandita da abitudini e orari precisi, era consulente del lavoro. Tutte le mattine usciva di casa alle nove per andare al lavoro nel suo ufficio, a pochi chilometri da casa, una stanza all’interno dell’appartamento di sua madre adibita a studio. Ci restava fino alle sette di sera, tutti i giorni fino a quell’11 aprile in cui non si presentò in ufficio al mattino. Dopo qualche ora sia sua madre che la segretaria iniziarono a telefonarle senza che lei rispondesse. La sera stessa, fu la sorella Carla con suo marito a controllare se fosse in casa, dove entrarono con la copia delle chiavi date da Antonella alla sua vicina. “C’erano due serrature, la cosa strana era che una era chiusa e l’altra no”, ricorda oggi la sorella che aggiunge: “C’era la luce accesa all’ingresso, due faldoni di documenti su una sedia, la camera da letto in disordine, sembrava fosse uscita di fretta”. Dopo, Carla telefonò a sua madre per dirle che Antonella non era in casa e andò via. Alle 21,30 altre tre persone entrarono in casa, accompagnati sempre dalla vicina di casa. Erano il ragioniere Umberto Nardinocchi, amico di Antonella, suo figlio e un agente di Polizia. Il giorno precedente alla scomparsa, Nardinocchi e Antonella avevano cenato insieme in pizzeria. Poi, lui ebbe un malore mentre la accompagnò a casa dove si sdraiò per un po’ e vi rimase fino alla mezzanotte. Neanche loro, quel lunedì, trovarono tracce di Antonella.

Il ritrovamento
Martedì 12 aprile, Carla con il marito, un amico e Nardinocchi tornarono in quella casa e iniziano ad aprire gli armadi per vedere se avesse portato via le pellicce e fecero la macabra scoperta: Antonella era chiusa nell’armadio, senza vita, coperta da cuscini e vestiti, in pigiama e con la testa avvolta in un sacchetto di plastica. Qualcuno le aveva sparato due colpi di pistola di piccolo calibro alla testa, utilizzando un cuscino per attutire gli spari. Quei colpi però non l’hanno uccisa, l’hanno solo tramortita. Antonella morì per asfissia, per via di quel sacchetto intorno alla testa. Fu ritrovato in casa anche un tubetto di stucco per legno, utilizzato per sigillare l’armadio. Sul corpo, nessun segno di difesa. Nessuno dei vicini sentì nulla quella sera. Tutto ciò che si sa sulle ultime ore di Antonella è che quel giorno, quella domenica sera, tornò a casa dopo essere stata con un’amica e rimase al telefono fino alle 23 quando aprì la porta al suo assassino, secondo gli inquirenti qualcuno che conosceva bene, con cui era in confidenza. “Era una persona timorosa, non avrebbe mai aperto la porta a nessuno e per di più in pigiama”, dice oggi sua nipote. “Non è stato un delitto passionale, come è stato scritto per tanto tempo. Più qualcosa legata al lavoro, avrà trovato qualche magagna, avrà scoperto qualche illecito”, afferma sua sorella. Dopo 30 anni la famiglia ha presentato richiesta di riapertura delle indagini: “Io vorrei che si faccia giustizia – dice la nipote – che si faccia il nome e che si faccia anche il nome del complice, credo che mia zia meriti la pace”.