Cultura

Marina Colasanti, la poesia di una “passeggera in transito” (Traduzione di Mia Lecomte)

Giornalista, scrittrice – di romanzi, racconti e testi per bambini – poeta e pittrice, Marina Colasanti è una delle autrici brasiliane contemporanee più note e premiate. Nata ad Asmara nel 1937, ha trascorso la prima infanzia in Eritrea, Libia e Italia, e nel 1948 è emigrata con la famiglia in Brasile. Il suo legame con l’Italia è sempre stato profondo, nonostante la rarità dei contatti con il Belpaese e i suoi autori, e benché la sua produzione letteraria sia quasi interamente in lingua portoghese. Ma il rapporto con quell’Italia dell’infanzia, con quell’italiano, è sopravvissuto caparbio nell’intimità. Ed è nella poesia soprattutto che questo legame è più evidente, non solo per la presenza nelle raccolte di occasionali testi in italiano, ma anche per la struttura ritmico-musicale e per le scelte lessicali dei versi lusofoni.

Le poesie qui presentate appartengono alla raccolta Passageira em trânsito (2009. Prêmio Alphonsus Guimarães De Poesia-Biblioteca Nacional, 2009; Prêmio Jabuti-Câmara Brasileira Do Livro, 2010) da me interamente tradotta con la collaborazione della stessa autrice nel corso di un mio recente soggiorno a Rio de Janeiro.

M.L.

Nel boschetto di bambù

Vento e serpente vivono
nel boschetto di bambù.
Il nulla fruscia
tra le scaglie secche
cigolano le drizze di un baldacchino assente
e nel piegarsi delle vertebre vuote
affila il suo taglio
il sibilo delle foglie.
In basso, vicino a terra
tra le radici
strisciano curve fredde
l’ombra le accoglie.

Nella quasi penombra

C’era una zanzariera alla finestra
per bloccare l’entrata degli insetti,
questo lo scopo,
il resto mi veniva come bonus.
La luce
filtrata dal reticolo
posava mani di nebbia sui mobili
accarezzando gli angoli,
il sole dall’altra parte lasciava le ali,
e il flamboyant là fuori
visto attraverso il reticolo con tutti i
minuscoli quadrati
guadagnava precisione di riga e squadra
si faceva traccia da ricamo.
Nella quasi penombra della stanza
gli insetti entravano
dalla porta.

In Via degli Orsini

Vedo sempre dall’alto
l’antico salotto e mia nonna seduta a cucire
davanti alla finestra.
C’è una luce che passa e
nel cortile
da basso
gloglotta la fontana.
Mi vedo accanto a lei
non il viso chinato sul panno
non la pelle in fiore
ma nuca piegata come stelo
le spalle sottili
e i capelli legati.
Vedo la scena dall’alto
come se la donna morta fossi io, non lei,
e incorporea si librasse al soffitto.
La memoria mi pone dentro e fuori la scena
doppio punto di vista su quella stanza
io e mia nonna in piedi
solo mansuetudine e ombre
e il breve scintillio di due aghi.

Il sole dorme tardi

Pecore sdraiate all’ombra
sono come pietre
chiare curve e levigate
e il peso
sopra la terra.
Sotto la gonna
il castagno
ripara il mio gregge
di un solo giorno.
Le zampe dure si piegano
una testa poggiata
contro il tronco.
Nel pomeriggio di attesa
gomitoli di silenzio
ruminano.

Quella vastità

Gambe aperte in questo pomeriggio tardo
non è solo il tuo corpo che mi invade
sdraiato sopra il mio.
Quella vastità là fuori tra le montagne
l’oro dell’ipe, la quaresmeira,
il richiamo dei cani,
i suoni distanti
tutto mi penetra e lecca
come l’acqua
tutto mi accarezza
tutto mi espande.

In cima, le travi

Le nove di sera
e il sole ancora maturo alla finestra
la lumaca sul vetro
le peonie nel vaso incontro al sonno
i ragni che tessono
il silenzio.
In sala da pranzo
prima della cucina
sono uguali
i passi del tempo
e la pace si trasforma
da cucchiaio
in piatto fondo.