Cinema

Chein de la casse, l’opera prima di Jean-Baptiste Durand è una magica e rara congiuntura astrale

Se dovessimo indicare ad un bambino l’essenza del bello rimasta tra le macerie del cinema di oggi, lo inviteremmo ad andare subito a vedere Chein de la casse. L’opera prima del francese Jean-Baptiste Durand (Cesar ’24 come miglior film d’esordio), girata nel borgo meridionale di Le Pouget con una manciata di attori e una troupe che dai titoli di coda farebbe fatica a riempire una pizzeria, è una di quelle magiche e rare congiunture astrali in cui un’idea profonda e semplice di scrittura si incarna con naturalezza in una compatta e potente forma visiva.

Chien de la casse è un bromance in purezza, senza alcuna malizia, con una spruzzata di chiacchiera tarantiniana (soprattutto nella prima mezz’ora) e un baluginante e ieratico richiamo di sacrificio canino. L’alto e secco Mirales (Raphael Quenard, monumentale) passeggia dondolante con il pitbull Malabar, cita Montaigne, ha una madre incupita pittrice e fa coppia nel (micro)spaccio d’erba assieme al silente e più giovane Dog (Anthony Bajon), a breve in partenza per diventare militare. Nulla di eclatante o esacerbante, insomma. Qualche battibecco e spintone con un gruppetto di loschi tizi dirimpettai, girellare classico con borsello a tracolla modello spaccini, serate passate sulle panchine di fianco alla fontanella al centro del paese con coppie di amici a farsi due canne mentre qualcuno di questi sogna di aprire un ristorante.

L’arrivo in punta di piedi della studentessa universitaria Elsa (Galatea Bellugi), tornata al paesello dalla propria nonna per annaffiarle le piante e spendere meno d’affitto, fa scivolare sentimentalmente Dog lontano da Mirales che sembrava, per il ragazzino, un inequivocabile maestro di vita. Immerso in una perenne sfumatura invernale ocra e tendenzialmente scura, inquadrature fisse che fluiscono con grazia nel campo largo come in quello stretto, disegnato principalmente su tre bisettrici di dialogo, confronto e microscontro (Mirales-Dog-Elsa), Chein de la casse è un film di una limpidezza disarmante sulla giovinezza come momento duro e inevitabile di crescita e sulla gioventù come unità tematica fragile e autentica.

Non c’è sguardo moralmente giudicante (ad esempio sulla microcriminalità) a seguire i protagonisti, ma una simbiotica, semibiografica, spudoratamente artistica idea di messa in scena dove, ad esempio, Beethoven e Fauré si insinuano in una metafisica dello spazio antirealistica per cucire e condurre Mirales, Dog e il povero Malabar ad un tragico realistico climax che sfuma comunque pudico e antispettacolare. Una lezione minuscola di cinema maiuscolo che sta dentro a ciò che racconta perché è intimamente ciò che racconta. Sulle performance anti clichè dei due protagonisti dovrebbero stilare un manifesto della recitazione. Distribuisce in Italia No. Mad.