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Gaza, l’ambasciatore Sessa: “Il piano Usa è un buon segno, ma se ne sono visti fallire tanti. Italia e Ue non lascino fare tutto a Washington”

“L’esperienza ci dice che negli ultimi decenni sono state costruite decine di road map in Medio Oriente, ma una grande autostrada ipermoderna in grado di condurre ad una soluzione della questione palestinese non è stata ancora realizzata”. Al telefono Riccardo Sessa parla scandendo le parole, sillaba per sillaba. Ambasciatore a Belgrado, Teheran, Pechino e alla NATO, è stato direttore generale per i paesi del Mediterraneo e del Medio Oriente al ministero degli Esteri, oggi è il presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale, dove ha preso il posto di Franco Frattini.
Mentre parliamo le agenzie centellinano le dichiarazioni degli attori che si muovono attorno alla proposta di “cessate-il-fuoco” a Gaza avanzata dagli Stati Uniti. L’ultima riguarda la risposta di Hamas all’annuncio fatto dal Cairo in mattinata sulla presunta “accoglienza positiva” riservata alla proposta dall’organizzazione al potere nella Striscia. Fonti, recita il testo, “hanno informato i mediatori di Qatar e Egitto che la fazione vuole la garanzia ufficiale degli Usa che Israele metterà in atto tutte le condizioni dell’intesa, sottolineando la sua domanda di un cessate il fuoco duraturo” e che “le affermazioni del ministro degli Esteri egiziano Shouky ‘non sono la risposta ufficiale’ di Hamas. Sempre le stesse fonti hanno espresso pessimismo sui negoziati perché sono segnalati disaccordi in Israele sul cessate il fuoco completo”.

Dicevamo, Ambasciatore?
Quello che legge. Più chiaro di così è difficile. E’ sicuramente importante e positivo ipotizzare una road map per una possibile fine delle ostilità, ma attuarla continua ad apparire veramente complicato. Un punto non è chiaro: se la situazione sia, come sembra, incartata oppure se c’è qualcosa sotto che sfugge.

Cosa?

Qui la soluzione ideale non può che essere due popoli e due Stati, ma sappiamo tutti quanto al momento quanto al momento sia assolutamente improponibile. Allora o qui c’è sotto una reale volontà di far cessare questa guerra o c’è qualche altra cosa. Quando penso a una situazione incartata è perché entrambe le parti devono rispondere innanzitutto alle loro opinioni pubbliche e questo sicuramente non facilita le cose.

La road map israeliana prevede al punto 2 della “Prima fase” il “ritiro delle forze israeliane dalle aree densamente popolate della Striscia”. Ma Netanyahu oggi ha specificato che lo scopo di Tel Aviv resta”la distruzione di Hamas”. Difficile tenere insieme le due cose.
Da una parte e dell’altra vengono messi dei paletti, è la tragedia di questo dramma. E riuscire a trovare il punto di incontro è un’acrobazia tra le più difficili. Le notizie che vengono dal mondo arabo sembravano incoraggianti, ma, come ha visto, devono fare i conti con la dirigenza palestinese e con Hamas. Dall’altra parte Netanyahu continua a ribadire che il primo passo deve essere il rilascio degli ostaggi israeliani, che è di vitale importanza per mantenere il già compromesso sostegno della sua opinione pubblica. Ecco anche la ragione, allora, del perché il suo obiettivo finale deve essere la distruzione di Hamas. Date queste condizioni, è difficile trovare un equilibrio per mettere in piedi una road map credibile già solo per avviare un negoziato.

Neanche questa volta ci sono speranze, quindi.
La speranza in campo internazionale non può morire e la diplomazia deve continuare a lavorare. Devono certamente impegnarsi ancora di più in prima persona il presidente Biden e il segretario di Stato Blinken, come stanno già facendo, ma anche altri attori devono fare la loro parte.

Ad esempio?
I più influenti tra gli Stati europei, tra cui c’è l’Italia. Noi siamo storicamente vicini agli israeliani, ma abbiamo da decenni un dialogo aperto e costruttivo anche con i paesi arabi, palestinesi compresi. C’è una cosa che non bisogna dimenticare: una cosa è la popolazione palestinese, che sta soffrendo, un’altra è Hamas ed in particolare la sua ala militare che va condannata senza se e senza ma.

Le presidenziali si avvicinano e il presidente Biden sa che arrivare al voto di novembre con quello che ha i contorni di un massacro ancora in corso è controproducente.
Mi rifiuto di pensare a logiche elettorali quando sono in gioco vite umane. Biden sta facendo tutto quello che può fare un capo della Casa Bianca e forse anche di più, dato il rapporto solido che lega gli Stati Uniti a Israele. Certo, se a Gaza si dovesse arrivare a una situazione diversa da quella di oggi, è ipotizzabile che lui possa trarne un qualche vantaggio a novembre. Ma non è questo che lo deve muovere. La volontà americana deve essere quella di portare le parti a sedere al tavolo.

E Netanyahu? Il mandato d’arresto della Corte penale internazionale non è un bel biglietto da visita per il suo prossimo discorso al Congresso degli Stati Uniti, e Biden lo sa. Sul fronte interno, poi, l’operazione militare lo tiene lontano dai guai giudiziari. Ieri ha dovuto spiegare a Ben Gvir, leader della destra radicale contraria all’intesa, che nell’accordo “non c’è la fine della guerra”. Sia Ben Gvir, sia l’altro ministro di destra radicale, Bezalel Smotrich, hanno minacciato di uscire dall’esecutivo.
Questa è sicuramente una situazione che condiziona il sonno e le notti di Netanyahu, ma non possiamo ridurre tutto ciò che sta accadendo al suo futuro politico.

Dice che il premier israeliano ha davvero la volontà politica di avviare la road map?
Spero e me lo auguro, ma devono esserci le condizioni. E queste non dipendono solo da lui, anche se lui è una parte del problema.

Da quello che dice, sembra che ragionare tenendo davanti agli occhi il piano per il cessate il fuoco è abbastanza inutile.
L’esperienza ci dice che negli ultimi decenni sono state costruite decine di road map in Medio Oriente, ma una grande autostrada ipermoderna in grado di condurre ad una soluzione della questione palestinese non è stata ancora realizzata.

La sento pessimista.
Diciamo cautamente fiducioso. Le ricordo che un pessimista altro non è che un ottimista più informato. Conosco quei popoli e quell’area, so quanto in quella regione la violenza chiami violenza, e che mai la verità sta tutta da una parte, o dall’altra e neanche in mezzo, ma la si deve ricercare pazientemente da tutte le parti.

Da dove si comincia?
Serve grande accortezza, ma anche la pazienza di non affrontare le questioni avendo fede solo nella razionalità, o credendo che tutto sia bianco o nero. In quella tormentata regione, come altrove, occorre far lavorare nel più assoluto silenzio la diplomazia che sa avere la fantasia per trovare soluzioni che non sono sotto gli occhi di tutti.