Politica

Tanti astenuti? Eleggiamo metà dei parlamentari e sorteggiamo l’altra metà

Come largamente previsto, la partecipazione al voto europeo non è stata imponente. La soglia del 50 percento non stata superata né in Italia né in Europa. Il profondo scontento, italiano ed europeo, fa riflettere sul modello di democrazia. La democrazia partecipativa, quella di internet, è una risposta insufficiente. Così come la democrazia diretta dei referendum è monca, prigioniera del quesito particolare. E la democrazia rappresentativa rimane il migliore dei mali necessari. Le costituzioni italiana ed europea dovrebbero però porsi il problema della sopravvivenza della democrazia, in crisi anche sull’altra sponda atlantica come confermeranno, con ogni probabilità, le elezioni di novembre.

L’Italia da tempo si chiede come rafforzare la democrazia ma con un’ottica strabica: irrobustire il potere esecutivo alle spese del legislativo e giudiziario. L’aspetto meno convincente della riforma costituzionale che inizia a spaccare in due l’Italia è proprio l’indebolimento dei contrappesi che sono il sale della democrazia rappresentativa. E sterilizzarli allontana la gente dalla partecipazione al governo di una comunità. Con un sottile gioco di incastri e disincastri che si ispira al mitico schema Ponzi, il controllore sarà subalterno a chi dovrà controllare, secondo uno schema istituzionale non dissimile a quello che la riforma universitaria dell’era Gelmini ha calato sull’accademia italiana incontrando il favore dei burocrati astuti, come Piero Villaggio chiamava questi illustri colleghi.

La palude istituzionale in cui il nostro paese si sta tuffando—non esattamente una priorità rispetto ai venti di guerra—lascia intravedere una luce sul fondo del tunnel. La speranza si chiama sorteggio, diventato oggi una proposta governativa per riformare il potere giudiziario. Il sorteggio viene proposto sia per l’Alta Corte disciplinare, sia per i due gemelli monozigoti che mantengono la stessa denominazione di Consiglio Superiore della Magistratura. Perché non estendere questa modalità di scelta delle cariche istituzionali agli altri due poteri? A fronte del declino italiano iniziato nel nuovo millennio, una democrazia aleatoria può funzionare meglio delle altre sfumature di democrazia rappresentativa degli ultimi 30 anni.

Non è un paradosso. Potrei citare l’Atene di Pericle, la Repubblica di Venezia, la lezione illuminata di Montesquieu e il pensiero del più lucido tra i fondatori della democrazia moderna, Thomas Jefferson. Senza ricorrere agli argomenti estremi di van Reybrouck, che ha dimostrato anni fa come votare non sia più democratico, dobbiamo a risalire alle radici della democrazia senza paraocchi. Bisogna porsi domande oneste sulla partecipazione. E trovare qualche risposta ragionevole, anche se poco conformista.

Vari studiosi hanno dimostrato come una quota di parlamentari scelti con il sorteggio aumenti l’efficienza e la produttività dell’organo legislativo. Più casualità non è una cura irragionevole, ma fondata su rigorose analisi statistiche. Perché, come sappiamo dalla fisica, c’è un ordine dentro al caos. E la ricetta scalda il cuore di chi ha cara la democrazia. Forse i Parlamenti guadagnerebbero davvero in stabilità e saggezza dal contributo di cittadini senza etichetta, disponibili a un breve distacco con un impegno non rinnovabile.

Perché non sorteggiare un numero di parlamentari proporzionale alla quota di astensione? Se metà degli elettori votano, metà Parlamento sarà eletto; mentre l’altra metà sarà invece sorteggiata da un ampio campione, rappresentativo della società. Più casualità e meno antipolitica non è una ricetta irragionevole, bensì fondata su rigorose analisi statistiche. Nel segno di chi ha a cuore la democrazia e ne teme la deriva.

La democrazia aleatoria è un’utopia notturna all’ombra della luna piena? Nel 2013 l’Irlanda aveva affidato la riforma di 8 articoli della Costituzione a una “convenzione” di 100 persone con un mandato vincolante, dopo convalida del Parlamento ed eventuale referendum: 33 elette, 66 sorteggiate tra i cittadini e una soltanto, il presidente, nominata dal Parlamento. E l’Irlanda non è un immaginario paese dei campanelli, ma la nazione europea prediletta dalle multinazionali.