“Fa fatica a trovare la parola giusta, a volte finisce una frase con qualcosa che non ha senso… sembra che debba concentrarsi molto per restare in tema”. In queste settimane, i commenti sullo stato di salute del Presidente degli Stati Uniti Joe Biden si sono sprecati. Tra osservazioni preoccupate o sarcastiche, autorevoli personalità mediche come il professor Robert Howard, esperto di psichiatria dell’età avanzata presso l’University College di Londra, si sono sbilanciate: “I medici non possono fare diagnosi senza visitare qualcuno, ma in base alle riprese del dibattito che ho guardato, queste fluttuazioni e cali di attenzione sono un sintomo chiave del Parkinson”. Voci che si sono fatte via via sempre più insistenti, tanto da spingere Biden ad annunciare il suo ritiro dalla corsa per la Casa Bianca. Lo staff del presidente ha sempre negato ogni patologia, limitandosi a parlare di stanchezza e stress ma, quando parliamo di Parkinson, dobbiamo tenere sempre presente che siamo però di fronte a una malattia complessa, i cui sintomi non sempre sono ben definiti. Cerchiamo allora di capirne di più per evitare interpretazioni troppo affrettate e poco utili per chi invece deve concretamente affrontarla in modo efficace.

Il parere dell’esperta
La malattia di Parkinson è una patologia neurodegenerativa. In altre parole, la causa della malattia è una “perdita di neuroni”, spiega al FattoQuotidiano.it la professoressa Federica Agosta, group leader dell’Unità di Neuroimaging delle malattie neurodegenerative dell’IRCCS Ospedale San Raffaele e associata di Neurologia presso l’Università Vita-salute San Raffaele. “Oggi sappiamo che questa perdita neuronale è dovuta all’accumulo di una proteina, l’Alfa-sinucleina, che è normalmente presente nei nostri neuroni e partecipa al funzionamento delle cellule del cervello.”

Nei pazienti con Parkinson che succede con questa proteina?

“Nei neuroni, in particolare in quelli dopaminergici, la proteina cambia forma, si deposita e tende a diventare tossica per le cellule del cervello. Questo causa la morte dei neuroni nella malattia di Parkinson”

I sintomi: le tre fasi

Con quali sintomi si rivela la malattia di Parkinson?
“Vengono individuati tre stadi di evoluzione della patologia. Il primo stadio è caratterizzato, come si diceva, dall’accumulo della proteina Alfa-sinucleina in alcune regioni del cervello che non sono strettamente legate al controllo del movimento, incluse quelle preposte alla regolazione dei cicli del sonno e del tono dell’umore. Per cui i primi sintomi possono essere depressione e ansia fino a cinque volte superiore rispetto alla popolazione generale. Mentre il sonno viene disturbato nella fase REM, quando sogniamo in cui, in condizioni normali, siamo super rilassati, i nostri muscoli praticamente ‘non funzionano’. Nei pazienti con i primi sintomi succede, invece, di agitarsi, muoversi e scalciare come se vivessero il sogno come reale. Questa fase può durare anche cinque-dieci anni”.

Dopo questo periodo comincia la seconda fase.
“Sì, che esordisce con il rallentamento dei movimenti, ossia la manifestazione tipica della malattia di Parkinson. E lo possiamo riscontrare nella camminata molto tipica di chi ne è affetto, fatta di piccoli passi, con i piedi un po’ più allargati rispetto al solito, con il busto proteso in avanti. Il movimento non solo è lento, il corpo del paziente tende anche a diventare rigido, quindi la rigidità è un’altra caratteristica molto tipica di questa fase. Che influenza anche l’espressione del volto, rendendola inespressiva (ipomimia): il paziente ha uno sguardo fisso in un punto e non cambia espressione rispetto a quello che succede intorno a lui, insomma non esprime particolari segni di attenzione o di emozione”. Un altro segno tipico di questa fase è il tremore, in particolare della mano, di una sola e non di entrambe. La diagnosi di Parkinson viene effettuata nel momento in cui compaiono queste manifestazioni motorie che possono comparire anche anni dopo la prima fase e aggravarsi portando il paziente ad essere sempre più instabile e a cadere spesso in avanti. Ovviamente ci sono pazienti che hanno una progressione più rapida e altri più lenta.

La terza fase della malattia

Dalla sua spiegazione non è emerso ancora un altro sintomo tipico, tra i più citati (anche in questi giorni riferendosi al Presidente Biden), quello della degenerazione cognitiva.
“Nella malattia di Parkinson i sintomi cognitivi si presentano nella terza fase preceduta, come detto, da una serie di campanelli d’allarme. In quest’ultima si verificano alterazioni cognitive, come per esempio deficit di attenzione, difficoltà a eseguire compiti nuovi e più complessi. In una fase avanzata della malattia possono essere deficit gravi a tal punto da determinare un vero e proprio quadro di demenza, ossia quando una persona non è più in grado di mantenere la propria autonomia nelle attività della vita quotidiana”.

Quanto è importante quindi fare diagnosi tempestiva per evitare una progressione rapida della malattia?
“L’approccio attuale è di fare diagnosi di malattia di Parkinson tempestivamente in corrispondenza della seconda fase, quindi alla comparsa dei primi sintomi motori. In pratica, la seconda fase è quella che ci può permettere di agire in maniera mirata e più efficace”.

Agire anche sullo stile di vita

Prima ancora di parlare di terapia farmacologica, come si può agire sullo stile di vita per attenuare i sintomi e rallentare l’evoluzione della malattia di Parkinson?
“Il concetto chiave è il controllo dei fattori di rischio vascolare, che vuol dire prevenzione del diabete, dell’ipertensione, dell’obesità, svolgendo quindi una vita attiva e non sedentaria, mangiare sano e gestire lo stress. Tutti fattori fondamentali nella prevenzione della malattia, ma anche se dovesse poi manifestarsi, sono elementi positivi perché ne rallentano la progressione. Inoltre c’è da sottolineare che la malattia di Parkinson non è l’unica causa di rallentamento motorio e di alterazioni cognitive.

Quali altri fattori intervengono?
“La casa più frequente nel soggetto anziano di malattia cerebrale sono le lesioni vascolari che si accumulano nel tempo nel cervello. Una persona che fortunatamente arriva a superare gli 80 anni può presentare queste lesioni e subire di conseguenza un rallentamento motorio e deficit cognitivi. Queste lesioni celebro-vascolari si verificano perché, per esempio, un individuo ha un’ipertensione e valori elevati di colesterolo non controllati nel tempo”.

I farmaci
A che punto è la terapia farmacologica?
“Non abbiamo ancora a disposizione farmaci che possano davvero interferire con la progressione della malattia. In ogni caso, oggi il farmaco impiegato per la cura è la levodopa che agisce sul fenomeno di riduzione della produzione del neurotrasmettitore dopamina in presenza di questa malattia. In pratica, il modo più semplice di trattare il Parkinson è sostituire la dopamina che non viene più prodotta dal cervello con della dopamina sotto forma di farmaco. Che funziona molto bene nella seconda fase, quella del deficit di sintomi motori, riducendone gli effetti, anche se la sua azione può diminuire nell’arco delle ventiquattro ore, con una brusca ricomparsa dei sintomi. E inoltre, è poco efficace nella terza fase in cui si manifestano i deficit cognitivi. Quindi il prossimo passo sarà individuare farmaci che invece agiscano a monte, ossia che impediscano l’accumulo della proteina Alfa-sinucleina responsabile della perdita neuronale”.

Un ultimo consiglio per migliorare la qualità di vita di chi affronta la seconda fase della malattia di Parkinson?
Aiutarlo a vivere una vita attiva sia facendo esercizio fisico che stimolandolo la mente in modo positivo. E poi seguire una sana alimentazione. Tutti questi elementi tengono inoltre sotto controllo i fattori di rischio vascolari”.

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