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Kamala Harris, americani in estasi: per una volta si potrebbe andare un po’ oltre

di Stella Saccà

Esultano gli americani dopo la notizia dei milioni di dollari arrivati per sostenere la campagna elettorale dei democratici che vedono Kamala Harris come candidato presidente. Esultano, ridono, postano a più non posso. Non dovranno votare per il vecchio Joe, che diciamocelo, metteva un po’ tutti in imbarazzo con le sue gaffe involontarie. Niente che noi italiani non abbiamo già visto, ma quando capita alla “più grande democrazia” del mondo, al Paese a cui dobbiamo tutto e ancor di più, fa sicuramente più effetto che se accade a noi, piccoli, innocui, docili italiani.

L’importante è che noi continuiamo a offrire cibo e vino a un terzo del prezzo che gli americani pagano oltreoceano, i nostri mari, la nostra storia, il nostro clima, le verdi vallate della Toscana soprattutto, e va bene così. Ci si perdona. Anche le gaffe politiche, la mancanza dei taxi davanti alle stazioni e agli aeroporti, la pressione dell’acqua e i condizionatori che freddano poco e che, soprattutto, non possono essere usati contemporaneamente con lavatrice e phon altrimenti salta tutto. Purtroppo qui il costo della luce, per ovvi motivi, è un po’ diverso, ma vabbè, glielo spiegheremo poi.

Torniamo a loro, agli americani in estasi per la candidatura di Kamala Harris. La vogliono, la venerano di già, la preferiscono a Beyoncé e non mi stupirei se a breve anche a Taylor Swift. La vedono come l’arma vincente per battere Donald Trump, la cui vittoria cozza un po’ con l’autostima degli americani, specie dopo che abbiamo tutti visto centinaia di repubblicani con una benda all’orecchio in segno di solidarietà con il loro presidente e dopo che abbiamo tutti sentito alcuni repubblicani dire che ci deve essere uno strano complotto perché chi è contro Israele è esteticamente brutto e poco curato.

Ma soffermandosi un attimo, ci sarebbe da chiedersi cosa ci sia da festeggiare. Allora sì, “evviva!”, Trump potrebbe non vincere; già condannato, colui che ha organizzato la presa di Capitol Hill, la cui pazzia è certa quanto la messa in onda di Beautiful, potrebbe non essere presidente degli Usa. Per carità, tutti (o purtroppo quasi tutti) contenti. Ma non si può, però, negare di trovarsi nel bel mezzo di una crisi isterica della storia, annunciata per giunta. Qui ci troviamo in un livello di tragedia fatta di sfortunati eventi che nemmeno Giovannino e Valeriana in Viaggi Di Nozze. Kamala non è stata attivamente scelta dai democratici, ha una storia di braccio duro con le condanne e le permanenze nelle carceri, che poco piace ai più progressisti; era un prosecutor e abbiamo visto tutti che con Trump ci sono stati – tra gli altri – i casi di George Floyd e Breonna Taylor, ma con lei come vice presidente non è che sia andata meglio (il video dell’omicidio di Sonya Massey, l’ultima della lunga lista di abuso di potere della polizia finito in tragedia, è disponibile on line ed è scioccante).

In più, come governatrice della California, ha preso un bel po’ di aiuti dall’Aipac (il video del suo intervento di qualche anno fa in California è on line ed eloquente), e la sua posizione con Israele non è stata diversa da quella di Biden in questo ultimo anno: 16000 bambini morti a Gaza che potevano essere salvati; senza contare quelli amputati, feriti, scioccati, orfani.

Questi americani tutti entusiasti, e non solo perché è estate e stanno esagerando col rosé, esultano perché pensano che Trump sia il male assoluto. E quindi ben venga Kamala, figlia di immigrati e donna, per giunta. Ma forse, per una volta, si potrebbe andare un po’ oltre le prime caratteristiche che descrivono una persona. O se non altro, andare a votare a testa bassa, senza esultare, senza cori, senza tifo. Si potrebbe, anzi si dovrebbe, andare a votare in silenzio. E magari, perché no, far cadere una lacrima dopo aver messo la croce sul nome del candidato scelto. Tanto poi si asciuga. E tutto va avanti come sempre.