Quest’anno per la Mostra del Cinema di Venezia voglio concentrarmi sul cinema italiano, con quattro titoli passati al Lido. Non che sia una scelta radicale o ponderata, tantomeno nazionalista, ma una casualità, quindi un’occasione in più per esplorare il nostro cinema attraverso la vetrina di un grande festival internazionale. Con Diva Futura, in Concorso, Giulia Steigerwalt firma la sua opera seconda. Con il David di Donatello e il Nastro d’Argento ricevuti per il Migliore esordio dietro la macchina da presa con il suo Settembre, la regista italiana nata a Houston ha fatto un cinema che non si sporca troppo le mani. Ma questa volta il suo tocco morbido accarezza la vicenda della celebre agenzia di porno che negli anni Ottanta sdoganò il genere per adulti cambiando per sempre il senso del pudore nel nostro paese.

Pietro Castellitto non somiglia a Riccardo Schicchi, ma per l’occasione diventa un visionario folletto post-femminista che innalzò idolatrando le sue muse Ilona, Moana, e poi Eva. Lo riplasma belloccio e a sua immagine cogliendone i lati più giocosi della sua anima creativa in andature dinoccolate e occhioni trasognati. Nella sceneggiatura della regista c’è tutta la parabola umana di quella pletora, comprese le malattie di Schicchi e della Pozzi sensuale e carismatica di Denise Capezza. Più il divorzio difficile di Cicciolina. Ci sono la genialità del marketing e la mercificazione del corpo, ma è una storia scritta senza morbosità, guardando invece a un’epoca di libertà sfrenata, e bramosa, dove da una parte era questo nuovo pantheon di bellezze divine e peccaminose, dall’altro il desiderio, le invidie e la vergogna degli uomini e delle donne che ne alimentarono il mito. Tutti diversamente destabilizzati da quell’ondata di sensualità che coinvolse anche la politica.

Barbara Ronchi interpreta la segretaria di Schicchi che raccontò quegli anni in un diario. Una sorta d’imprescindibile metronomo di “normalità” in un circo di colori, artiste e capricci. Come in Supersex su Rocco Siffredi, si affida la creazione di porno-biopic a una donna, e la scelta si rivela di nuovo vincente perché loro possono affievolirne la carica sessuale per esplorare livelli emotivi altrimenti coperti da carne e lustrini specchiati in occhi ingordi.

Da una famiglia di artisti di spettacolo hard a una famiglia disfunzionale messa in ginocchio da una sequela di violenze domestiche reiterate. Passiamo allora a Familia di Francesco Costabile, anche lui al secondo film di finzione, presentato nella sezione Orizzonti e dal 2 ottobre al cinema. Protagonista sempre Barbara Ronchi, qui strabiliante nella sua dipendenza affettiva, sottomessa come madre picchiata da un ex-compagno allontanato da anni grazie alla legge. Due figli cresciuti sotto l’ombra di quei ricordi e il più piccolo invischiato da grande in un gruppo di fascisti facinorosi. Lui è Francesco Gheghi, attore ventiduenne sempre più rappresentativo della sua generazione. Il padre ripudiato e ritornato è Francesco Di Leva. Il suo personaggio ci annichilisce con una durezza ipnotica per il figlio, insieme alla capacità di catturarne l’oscurità di un uomo violento. Le loro scene insieme fanno malissimo perché sconvolgenti in forma e sostanza, la loro arte ricalca una storia vera attraverso una rappresentazione tattile di paura, ricatti emotivi e reazioni disperate, qui declinate in moltissime sfumature di denuncia sociale.

Anche Maura Delpero giunge a Venezia 81 con la sua opera seconda. Vermiglio, in concorso per il Leone d’Oro alla Mostra e paese tra i monti trentini, circonda alla fine della Seconda Guerra Mondiale una famiglia patriarcale che vive di agricoltura. Un padre maestro elementare, moglie e figli immersi nella vita bucolica. Vivranno la crisi familiare dopo che la primogenita si avvicinerà a un giovane disertore del Sud, nascosto da loro come tanti in paese. Il capofamiglia ha la durezza erudita di un Tommaso Ragno nascosto dietro baffi, occhialini e irraggiungibilità del padre padrone, mentre la ragazza è Martina Scrinzi, già vista in Lubo, che regala un’espressività pittorica perfetta per film in costume.

Michail Kričman realizza una fotografia nitida di luci nette come tagli furtivi su emozioni e preghiere dei personaggi. Delpero gioca con i riflessi degli specchi donando respiri nuovi e labirintici a interni altrimenti scialbi e sterili visivamente. Tra le nevi completa i suoi quadri intorno a una drammaturgia basata sui contrasti natura/uomo dove per uomo s’intende l’unico potere di scelta su tutti, come un piccolo monarca, rappresentate di un ethos maschilista del nostro novecento. Ma anche uomo intesto come natura umana e libera di ciò che le donne di casa dovrebbero essere. Punteggia le stagionalità attraversate con Vivaldi e Chopin la regista, oltre ad avvicinarci allo stato d’animo di un soldato dai racconti sui banchi di scuola. La testimonianza della diserzione fa parte del mondo-guerra a tutti gli effetti, e l’amore tra due giovani l’inevitabile contraltare perché tutto scorra comunque. Sarà al cinema dal 19 settembre.

Concludiamo spostandoci nella Prima Guerra Mondiale, dove per Gianni Amelio è un ospedale militare il vero Campo di battaglia, film in Concorso. Il medico comandante Gabriel Montesi è inflessibile nel rispedire al fronte i feriti di guerra rattoppati alla bene e meglio. Il suo sottoposto Alessandro Borghi inizierà in segreto a ferirli ulteriormente per regalare loro una paradossale speranza di vita in pace e congedo. Ricostruzione originale e meticolosa di quegli anni, si attorciglia intorno allo spettatore con una tensione, spesso anche sanguinolenta, inedita per Amelio, che utilizza il congegno del triangolo amoroso grazie al personaggio dell’infermiera Federica Rosellini. Scritta non come la solita figura sottomessa ma come motore propulsivo per una narrazione che parla di pace in modo severo, e si collega ai giorni nostri sia con il discorso sull’assurdità della guerra che con la Spagnola, malattia esplosa in quel periodo. Impossibile non confrontarla col nostro Covid.

È già al cinema dal 5 settembre ed è quarto al botteghino Amelio, seppure con numeri non ancora robusti, mentre in cima alla classifica il titolo forse più atteso della Mostra, Beetlejuice Beetlejuice di Tim Burton.

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