Nel buio e senza libertà: così Cognetti ha testimoniato le peripezie di chi soffre di depressione

Ha avuto coraggio Paolo Cognetti nel testimoniare la sua discesa nel mare nero della depressione raccontando lo stato di paralisi dell’anima causato dalla melanconia. La depressione maggiore è un sole nero che irradia lamine di buio tagliente che ho cercato clinicamente di descrivere qua, consapevole che si tratta della bestia più feroce che possa entrare nei nostri studi, ormai quasi settimanalmente.
Il messaggio più importante e doloroso del suo racconto riguarda l’impossibilità di trasmettere ciò che si prova quando si vive in una dimensione bipolare, limite contro il quale molti pazienti infrangono le loro speranze di essere ascoltati e capiti.
La depressione non si può dire. E’ umiliante, mortificante. Costringe il cuore, opacizza l’animo. Trasforma chi ne è colpito in un pianeta freddo obbligato ad orbitare lontano da qualsiasi luce.
Il paziente depresso riferisce molto spesso di un momento della vita nel quale, di colpo o lentamente, le luci della sua esistenza si sono spente. Una dissoluzione dei legami, una frantumazione delle identità, un collasso dello spazio-tempo costringono l’ammalato a vedere, da quel momento in poi, la fine di ogni cosa. “Il bosco è tornato solo un bosco, un torrente solo un torrente, perfino un albero non mi ha detto più niente” racconta Cognetti alla giornalista.
Tra i tanti effetti della depressione già descritti, vale la pena soffermarsi sulla contrazione del tempo e la conseguente disperazione che ne consegue. Il tempo del melanconico si accorcia arrivando a condensare una vita intera in pochi attimi che, per la loro breve durata, non valgono la pena di esser vissuti. Se la farfalla sapesse di vivere pochi giorni, dove troverebbe la forza di alzarsi in volo? Chi ne è affetto percepisce la sua vita come un doloroso sforzo finalizzato a portare un corpo in giro senza un fine che non sia il crepuscolo delle cose. Il depresso è una farfalla che sa di vivere due giorni.
Ciò detto, noi sappiamo che dalla depressione si può guarire, combinando sapientemente gli strumenti della psicoterapia con quelli della chimica, senza che l’uno si arroghi il diritto di prevalere sull’altro. Ma bisogna scavare, a fondo. Forare la superficialità del dolore e addentrarsi nelle zone inesplorate della mente e della storia del soggetto. La depressione infatti non è una malattia immobile. Al contrario, lavora nel sottosuolo. Per usare un paragone, si immagini una serie di onde marine quando c’è l’alta marea. Onde che ripetutamente e in maniera regolare schiaffano sulla battigia per poi ritrarsi, e fare spazio ad altre onde oleose, colme di pece e muschio viscoso. E ogni volta che riescono ad arrivare a lambire la sabbia, se ne mangiano un po’. Ma c’è un punto nel quale questi flutti non possono arrivare: il tempo dell’infanzia, quello della preadolescenza, o anche tempi piuttosto recenti. Tempi nei quali il soggetto viveva a pieno la propria quotidianità. Ed è da lì che si riparte quando la vita riprende a fluire e le terapie hanno effetto.
Io che di depressione ho sofferto molto tempo fa, a causa di una incauta scelta psicoterapeutica rivelatasi dannosa, quei fumi neri li ricordo bene. So bene a cosa si riferisce Cognetti quando racconta di quella montagna che gli ha voltato le spalle, di un mondo che crolla. Conosco assai bene il vento vigliacco della fuga di chi, vedendoti in difficoltà, scappa.
E’ importante soffermarsi anche su un’altra questione delicata da lui sollevata, priva di verità univoche: il trattamento sanitario obbligatorio. Il Tso è un’azione controversa, ancora molto dibattuta. Un atto che che in base ad alcuni indici prestabiliti depotenzia le libertà del malato. Dice lo scrittore: “Ero legato al letto mani e piedi (…) con una siringa in una gamba. Ventiquattr’ore al giorno in un corridoio di trenta metri con le stanze ai lati. Finestre tutte sbarrate, non un terrazzo né un cortile. La terapia in teoria puoi rifiutarla, ma se lo fai passi da paziente volontario a paziente Tso, per cui devi prendere tutto quello che ti danno. Risultato: la maggior parte dei pazienti dorme tutto il giorno“.
Al netto di casi di acclarata pericolosità sociale per i quali il Tso assume un valore di salvaguardia dell’incolumità del cittadino e della comunità, chi garantisce che molte crisi che incontrano la segregazione non siano cedimenti di strutture già fragili le quali, sottoposte alla privazione della libertà, peggiorano la loro condizione? “In ospedale non ho firmato l’accettazione delle cure ed è scattato il Tso. Ho passato due settimane in un regime che potrei definire carcerario”. Il primo Tso risale a gennaio: “È stata la mia compagna a insistere per andare in pronto soccorso: ‘Tu stai delirando’, diceva. Quando ho provato ad andarmene dall’ospedale mi hanno circondato in sette: ho fatto una denuncia per quell’episodio”.
Robert Pirsig ha scritto, testimoniando la sua esperienza di ospedalizzazione: “Una volta che sei dichiarato pazzo, tutto quello che fai è considerato parte di quella pazzia. Le ragionevoli proteste sono negazioni, le paure giustificate sono paranoie… e l’istinto di sopravvivenza, meccanismi di difesa…”. Philip Dick, capace di trasporre in sublime scrittura l’essenza del disagio mentale, racconta a proposito del ricovero forzato:
Una squadra di uomini ben vestiti stava seduta di fronte a lui tutti con un blocco di carte sulle ginocchia (…) Fece tutto il possibile per convincerli che aveva ritrovato il suo equilibrio. Mentre parlava, si rese conto che nessuno gli credeva.
‘Non posso tornare a casa?’, chiese Fat
‘No, riteniamo che lei abbia bisogno di cure. Non è pronto per tornare a casa’
‘Mi legga i miei diritti’
‘Possiamo trattenerla per quattordici giorni, senza bisogno di udienza processuale. Dopo di che, con l’approvazione del tribunale, potremo, se lo riteniamo necessario, trattenerla per altri novanta giorni’
Fat sapeva che se avesse detto qualcosa, qualsiasi cosa, l’avrebbero trattenuto per 90 giorni. Così non disse nulla. Quando uno è matto, impara a stare zitto’.