Così si delinea un nuovo Medio Oriente: anche il Libano fuori dall’Asse della Resistenza?

di Claudia De Martino
Netanyahu ha annunciato di voler disegnare un nuovo Medio Oriente attraverso le operazioni militari che Israele ha compiuto nell’ultimo anno e mezzo su cinque fronti: la striscia di Gaza, il Libano, il lontano Yemen, la Siria e perfino la Repubblica islamica d’Iran, sul cui arsenale nucleare pende ancora un attacco preventivo che forse attende la luce verde di Trump dopo il 20 gennaio. Tuttavia, alcuni contorni di questa nuova regione stanno già prendendo forma, con una velocità superiore alle aspettative israeliane: se indubbiamente lo sblocco delle elezioni presidenziali libanesi è parzialmente il risultato della guerra condotta dall’Idf contro Hizbullah in Libano, è l’inaspettata caduta del regime siriano – e la perdita della Siria per l’ “Asse della resistenza” filoiraniano – ad aver inflitto un colpo mortale al “Partito di dio”, costringendolo ad accettare la nomina a Presidente del Generale Joseph Aoun, loro contrario, dopo oltre due anni di stallo.
Stati Uniti, Arabia Saudita e Francia ne hanno negoziato dietro le quinte la candidatura, dal momento che Aoun, ex capo delle forze armate, è garante del cessate-il-fuoco di novembre scorso e della ricostruzione dello stato libanese post-guerra. L’obiettivo implicito è quello di isolare Hizbullah affinché torni ad essere solo un partito politico, rinunciando al suo arsenale bellico: una politica di disarmo che sarà la principale sfida del nuovo Presidente, anche se le altre – gestire l’altissimo numero di rifugiati interni, pari al 20% della popolazione, la svalutazione massiccia della lira libanese (-98%) e il tasso povertà che è esploso – sono problemi altrettanto pressanti.
Tuttavia, nonostante Hizbullah sia notevolmente indebolito, è difficile che deponga le armi senza una contropartita: il capo della fazione parlamentare del partito, Mohammad Raad, l’ha infatti ribadito affermando che Hizbullah resta “il garante di ogni accordo nazionale” e che la Resistenza è ancora essenziale per la tenuta del Paese. Tecnicamente, infatti, le forze armate libanesi (LAF) dispongono di circa 60.000 uomini più 20.000 forze speciali, mentre Hizbullah può contare ancora su circa 40.000 effettivi, nonostante le circa 4.000 perdite subite nella recente guerra: troppo poco per contenere i miliziani. Inoltre, l’esercito regolare fatica a pagare ai propri soldati la modica cifra di 100 dollari al mese, quando le donazioni iraniane permettono ad Hizbullah di retribuire i proprio militanti tra il triplo e il quintuplo. In sostanza, un equilibrio militare sbilanciato a favore del “partito di dio”, che però, privato di una leadership forte e della possibilità di rifornimenti diretti dall’Iran via terra, è al momento interessato ad adottare un basso profilo.
È troppo presto per stabilire se le linee guida per il dopoguerra in Libano elaborate da Hochstein, l’inviato Usa per il Medio Oriente, funzioneranno, ma questa volta gli Usa vogliono canalizzare gli aiuti verso il sud del Paese a prevalenza sciita senza passare per le organizzazioni caritative di Hezbollah, per evitare che questa popolazione (1 milione e mezzo di persone), già povera ed ulteriormente vulnerabile all’indomani della guerra, torni ad essere dipendente dalla protezione sociale del partito di Dio. Washington è convinta della necessità di rilanciare un processo politico che includa gli sciiti e intende sottrarre consenso a Hizbullah attraverso l’offerta di alternative politiche ad una popolazione che, per quanto fedele alle sue élites confessionali, teme oggi il rischio di un conflitto civile e l’implosione del Paese, ora costantemente sorvolato da droni di ricognizione israeliani, e per questo potrebbe essere maggiormente tentata dall’abbandono della Resistenza armata.
Infine, la tenuta del nuovo Libano dipenderà anche dalla mole di aiuti internazionali che il Paese dei cedri riuscirà ad assicurarsi: solo nel campo militare, l’Amministrazione Biden ha infatti fornito 100 milioni di dollari sui 400 richiesti dal Generale Aoun per il buon funzionamento delle forze armate, che il 26 gennaio dovranno affrontare il ritiro completo delle truppe israeliane dal sud del Paese. Contemporaneamente, sul fronte pressante della ricostruzione, la Banca mondiale ha stimato che il recente conflitto con Israele abbia causato 8 miliardi di dollari di danni, con circa 100.000 abitazioni distrutte, concentrate soprattutto nel sud, che contano interamente su donazioni internazionali per essere ricostruite.
I paesi-amici, e soprattutto l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi, che hanno un potenziale interesse nell’inserire il nuovo Libano e il porto di Beirut nel India-Middle East-Europe Economic Corridor, dovranno sostanzialmente sostenere il Paese per uscire finanziariamente dalla crisi entro le prossime elezioni parlamentari a maggio 2026, che altrimenti rischiano di essere un boomerang per i partiti anti-Asse, ma il nuovo Presidente Aoun dovrà anche superare l’impasse dettato dal settarismo politico libanese, ereditato dagli Accordi di Taief (1989) a conclusione della guerra civile, che ordinano la spartizione delle cariche ministeriali e governative tra i principali gruppi confessionali, assicurando strutturalmente una forza di blocco all’opposizione (nel Governo attuale erano 5 su 24 i ministri assegnati all’opposizione) che impedisce qualsiasi progresso su dossier sensibili come difesa ed intelligence.
Il Generale dovrà cercare di percorrere lo stretto sentiero tra implementazione della Risoluzione n.1701 e l’inclusione della comunità sciita, il cui rischio di alienazione va scongiurato per evitare il progressivo disimpegno di Hezbollah dal cessate-il-fuoco. La designazione di Salam Nawaf, ex giudice alla Corte Internazionale di giustizia, a Primo ministro lascia presagire che non abbia paura di scontentare Hizbullah in questa fase di transizione, ma molto del suo successo dipenderà dal comportamento dall’Iran e dalla sua intenzione di interferire negli affari interni del Libano, anche se la caduta del regime di Assad rappresenta già un’ottima notizia per tutti i partiti politici libanesi interessati a ricostruire uno stato indipendente dall’Asse della resistenza nel nuovo Medio Oriente che si avvia a prendere forma.