Perché al Pd di Orlando non interessa battere la destra neanche al Comune di Genova

Dopo l’impresa titanica di riuscire a perdere le elezioni regionali contro una destra zavorrata dallo scandalo Totigate, Andrea Orlando rientra in Liguria (ponendo fine a quasi quattro lustri in Parlamento, dove non ha lasciato tracce del proprio passaggio) impancandosi a country boss, per guidare la sinistra locale a un altro radioso successo: l’imminente elezione del nuovo sindaco di Genova. Titolo che – a suo dire – gli spetterebbe di diritto in quanto leader del partito egemone su piazza: lo strombazzato 30% dei voti raccolti nei seggi del capoluogo.
E qui cominciano i giochi delle tre carte che accompagnano l’avvento del giovanile talento reduce dai ludi romani. Perché – a ben vedere – con un astensionismo che ha superato soglia 50%, l’effettivo consenso raccolto si attesterebbe attorno al 13,5%, mentre il campo largo/lungo/santo a guida orlandiana non ha recuperato neppure un misero per cento nella massa in espansione degli Aventiniani. Inoltre, un minimo di analisi critica dei risultati elettorali dice che buona parte dei consensi arrivati al Pd sono voti contro l’insopportabile Marco Bucci e le sue pericolose/disturbanti megalomanie, mica per l’inesistente appeal del capolista di sinistra light alle regionali. Anche perché il programma elettorale della presunta “reconquista” ligure da parte dei (si fa per dire) progressisti – magari per accontentare Carlo Calenda e inseguire il mito da Terza Via di quel voto moderato che non si sa bene cosa sia e dove stia – si è tradotto per le grandi opere nella scimmiottatura dell’agenda Toti-Bucci (secondo il tic di fotocopiare la destra come quando Orlando – da responsabile giustizia Pd – proponeva la separazione delle carriere dei giudici.
E il sottoscritto su il Fatto diretto da Antonio Padellaro gli scriveva: “ma la smetti di fotocopiare i paper dell’avvocato Ghedini?”): dighe foranee su fondali sabbiosi, la fantomatica Gronda, il Terzo Valico che non si sa chi o cosa dovrà valicarlo e così via.
Difatti l’altra settimana – a riprova di dove davvero batte il cuore – il prode Orlando è stato segnalato a Viareggio al compleanno di Matteo Renzi, tra Padoan e la Boschi, in compagnia dell’altro cacicco Dario Franceschini e della sturmtruppen al basilico Roberta Pinotti. Quest’ultima potrebbe essere la candidata sindaco nel cilindro dell’illusionista pesto e buridda. Per affinità elettive da professional della politica.
Ma c’è un aspetto ancora più deprimente in questa epopea al ribasso: il dubbio che la sconfitta della destra sia solo un bersaglio finto, in questo sfinimento di chiacchiere diversive a quattro mesi dalla chiamata alle urne. Del resto un must orlandiano, quello di far marcire nel surplace il proprio campo. Come due elezioni regionali fa, quando l’allora candidato d’opposizione Ferruccio Sansa fu tenuto a bagnomaria per mesi e poi messo in pista a poche settimane dall’apertura delle urne, senza la possibilità di imbastire una campagna purchessia. Da qui la sensazione che per Orlando e la nomenklatura Pd non conti vincere bensì mantenere sotto controllo lo spazio politico che ne garantisce la presenza negli organigrammi istituzionali. Una visione degenere dell’impegno politico promossa da decenni dal cattivo maestro Burlando e che giustifica scelte scandalose; come quella dell’ex capogruppo in Comune Terrile e del signore delle tessere Vianello di accettare ben remunerate cariche in società controllate dai maneggioni del Totigate.
Difatti, nella sterile discussione pubblica sulle candidature a sindaco, Orlando non riesce a trovare nomi potabili tra i propri compagni di partito. Sicché la priorità vera rimane quella di ingabbiare in estenuanti quanto inutili riti, nel risibile dibattito “civico o partitico”, le personalità che in una tale desolazione assicurerebbero la discontinuità. Ossia l’aglio o l’acquasanta per i Nosferatu di questa politica.