Libanese, nato ad Alessandria nel 1905, di lingua francese e di borghesia cristiana, dopo la giovinezza in Libano Georges Schehadé visse in Francia ricoprendo prestigiose cariche nell’alto commissariato per la cultura. È morto a Parigi nel 1989. Fu amico di Saint-John Perse, Supervielle, Breton, fra gli altri. È ricordato in special modo per l’opera teatrale. Quella di Schehadé è una poesia dai mezzi scelti e poveri, estremamente paratattica, e così disposta a punte di nonsenso, in cerca di consonanze inattese. Il tono è in tutto delicato e umbratile. La visione di una casa e di una patria perdute ne trama atemporalmente il canto.

L’insieme delle sei raccolte, tutte infine intitolate Poésies, che il poeta pubblicò tra il 1938 e il 1985, è edito da Gallimard col titolo Les Poésies. Si offre qui per la prima volta al lettore italiano un saggio delle sue poesie. I numeri arabi indicano la raccolta, i latini il componimento.

F.P.

***

2.III

A coloro che partono per dimenticare la casa
E il muro familiare alle ombre
Annuncio la pianura e le acque rugginose
E la grande Bibbia delle pietre

Non conosceranno
A parte il ferro, a parte il gelsomino delle forme
La Notte felice di trasportare i mondi
L’età in riposo come linfa

Per essi nessun canto
Ma la rugiada ustionante del mare
Ma la mestizia perenne delle sorgive

2.XVIII

Torneremo corpi di cenere o roseti
Con l’occhio questo animale incantevole
O colomba!
Presso pozzi di bronzo dove remoti
Soli sono tramontati

E riavremo il nostro arco e il passo
Sotto le fonti senz’acqua della luna
O colomba!
Dove forti solitudini smangiano la pietra

E le notti e i giorni perdono ombre a migliaia
Il Tempo è innocente di cose
O colomba!
Tutto scorre quasi fossi l’immobile alato

3.I

Tornerà la stella sul giardino distrutto
Come la goccia d’acqua delle nascite
Gli alati si apriranno stanchi di pazientare
E sarà il sogno della prima notte

O amore mio in una radura sono io
Con alberi miei coetanei
Ma le gazzelle scorrono tra le ciglia addormite
Stasera la morte è figlia del Tempo amato

3.II

Non troverete la pace del Regno
Né il pascolo sul filo di una lancia
Appena un battito di ferro
In questa chiesa d’una penisola d’infanzia
Appena l’angelo e l’inverno
Sulla passione cristiana delle barche

Le spighe si abbrancano e lasciano sangue nella sera

3.IV

Quando l’alato si strazia col suo canto
A volte le foglie incerte di melancolia
Smettono il lamento
E l’aria lontana finisce e più niente vuole sentire
Scorriamo allora coi nostri cani domenicali
Nel cielo e nel frutteto
E per l’esilio delle nostre immagini
Offriamo un’ombra a ogni figlio della sera

4.VIII
per Saint-John Perse

Offritegli la radice del lauro
E non quei fiori di un giorno che fanno cenere

Poeta della neve e della clessidra
Quando quel che è bianco è l’onore della morte

5.IV

Coloro che vegliano fino a tardi la notte
Nell’assoluzione profonda delle tenebre
Via dalle lampade calde sugli occhi
Nell’aria nuda
Sono i viaggiatori dell’avvenire
E le stelle lo sanno che gli sostano alle finestre
Lasciando fulgide scale
Quando all’alba i cacciatori fanno buche
Nel silenzio delle campagne

5.XVI

Voi che partite per un paese lontano
Che in vesti auree i vescovi del Sogno v’introducano alla luce
Che dicano che siete la goccia d’acqua
Che trema alle loro dita nella sua piena ricchezza
E il mais e l’ambra delle loro collane
Che vi chiamino sepolcri di violino o gazzella
Pipistrelli infelici che claudicano vorticando nell’aria
Perché vi siano risparmiate le spine del freddo
La distanza e le sue ferite
E l’acqua vi sia dolce per voi anche sul mare

5.XIX

Il rumore di una conca non è quello del mare
Né il viaggio del vento
Ma il canto e la tomba di un sonno

Come le spine sono il pianto della rosa nel mattino
E il giglio il ricordo dei Re
Ah melancolia sulle cose

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