Ho assistito a guerre e colpi di Stato: ora in Niger sperimento un regime di eccezione

In Costa d’Avorio ero stato testimone del passaggio dal partito unico al multipartitismo degli anni 90. Per la prima volta il ‘saggio’ e padre della nazione era stato sfidato da un altro candidato che qualche anno dopo sarebbe diventato il presidente della Repubblica. In Argentina ci si trovava nell’epoca della svolta liberista del peronista Carlos Menem. La dittatura dei militari era ancora nell’aria e la memoria degli ‘scomparsi’ faceva fatica ad affermarsi. Nella provincia di Cordoba, nella quale ho vissuto per qualche anno, prima di passare ai ‘pesos’ la moneta era rappresentata da tagliandi stampati dalla Provincia per contenere l’inflazione e il debito.
In Liberia ho assistito alla conclusione della lunga guerra civile e l’attacco di Monrovia da parte del LURD, Liberiani Uniti per la Riconciliazione e la Democrazia. Per la prima volta i miei occhi hanno visto una guerra e soprattutto le sue conseguenze sulla popolazione. In particolare sui poveri che hanno passato la vita scappando per spesso vivere anni in campi profughi o rifugiati fuori dal Paese. Ho assistito alla forzata partenza di Charles Taylor, capo ribelle diventato padre-padrone del Paese per il tempo sufficiente a creare il caos.
Arrivato nel Niger un anno dopo il colpo di Stato di Salou Djibo, nel 2011, per fortuite circostanze del calendario, quando il presidente eletto Mahamadou Issoufou prestava il giuramento alla Costituzione della Repubblica, la settima della serie dall’Indipendenza del paese nel 1960. Come molti altri cittadini del Niger sono stato sorpreso dal colpo di Stato del 26 luglio del 2023.
Durante il pranzo un giornalista italiano mi chiedeva per telefono come vanno le cose in città dopo ‘il colpo di Stato’. Uscito sulla strada adiacente il cortile della casa la strada era al solito scorrevole coi taxi, i veicoli privati, i cammelli, gli asini col carretto e gli ovini oziando nella sabbia che bordeggia la strada. Un colpo di Stato di ‘palazzo’, avremmo saputo presto dai mezzi di comunicazione, che ha consistito nell’imprigionamento del presidente Mohammed Bazoum e famiglia, nella sua propria residenza. La guardia presidenziale, di per sé creata per proteggerlo, ha ritenuto suo dovere metterlo agli arresti domiciliari.
Gli altri corpi militari hanno aderito al ‘pusch’ e da quel giorno il Niger esperimenta un regime di eccezione che assume le funzioni dello Stato. Poche e soffocate dai militari le reazioni dei militanti affiliati al partito presidenziale. Dopo pochi giorni la sede del suo partito è stata vandalizzata e così pure l’ambasciata di Francia con l’accusa di essere il capofila per destabilizzare il nuovo regime. Da allora, con fondamento o senza, ci viene ricordato che i nemici sono dappertutto. D’altra parte sappiamo che non è necessario che una cosa sia vera. Basta credere che essa sia creduta vera!
In modo repentino la stampa e in genere i media che osannavano l’operato del presidente ora ostaggio hanno cambiato registro. Il regime appena abbattuto era diventato, non senza qualche elementi di verità, l’origine di tutti i mali che affliggevano il Paese. Dalla corruzione al terrorismo passando per una democrazia falsata per terminare con l’economia in sfacelo. Lo stesso strano fenomeno si registrava con la quasi totalità della ‘società civile’ e i sindacati che aderivano con entusiasmo al nuovo regime.
Quanto poi alla classe intellettuale che, secondo l’amico Rahmane Idrissa, era da tempo scomparsa, non ha tardato a fare proprie le scelte, gli orientamenti e la retorica ‘sovranista e indipendentista’ del regime militare. Sospesa la Costituzione, i partiti e la vita politica del paese, i politici hanno osservato uno scrupoloso e assordante silenzio da interpretare in vario modo.
Incompetenza, adesione fedele al regime, attendismo, viltà o convenienza. Probabilmente nessuno lo saprà mai. I leader religiosi di confessione musulmana, egemonica nel Paese, hanno offerto i loro servizi, preghiere, adesione e disponibilità ad accompagnare la marcia della libertà e dignità perduta e ritrovata grazie ai militari. Le altre confessioni religiosi, senza troppo esporsi, hanno comunque garantito la propria fedeltà mettendosi al passo.
Nel frattempo i tre Paesi del Sahel, governati da militari grazie a rispettivi colpi di Stato, hanno creato l’Alleanza degli Stati del Sahel, hanno scelto di separarsi dalla Comunità economica degli Stati dell’Africa Occidentale e creato un nuovo passaporto per i cittadini di questo spazio politico. Hanno favorito nuovi orizzonti diplomatico-militari con la Russia e confermato i legmi esistenti con la Turchia, l’India, l’Iran e soprattutto la Cina, senza dimenticare i Paesi del Golfo. C’è chi pensa ad una moneta unica, ad una piattaforma di informazioni unificata, ad un esercito comune mentre alcune frontiere, in particolare quella, cruciale per il Niger, del Benin restano chiuse.
Scacciata la Francia e gli annessi e connessi interessi legati all’uranio, anche gli altri Paesi europei sono resi quasi invisibili. Solo l’Italia, tra i Paesi dell’Ue conserva una presenza militare di formazione e di aiuti umanitari a scuole, bambini, malati, orfanatrofi, chiese e moschee. La commistione umanitario-militare non data di oggi e l’Italia l’applica, da tempo, con una politica di basso profilo in tutti i sensi. La vita è molto cara per i prezzi proibitivi degli alimenti di prima necessità. Il regime ha diminuito il prezzo del cemento, bene non alimentare, ridotto il prezzo della benzina alla pompa e dimezzato le spese mediche per le strutture mediche di base per i malati. Nel privato tutto continua come prima. Il punto cruciale rimane, come sempre, quello del lavoro. E’ solo grazie all’informale che la gente in città sopravvive.
La partenza voluta o forzata delle varie ambasciate europee e cooperazioni, grandi ong, e in genere di molti cosiddetti ‘espatriati’, occidentali di preferenza, ha contribuito a ridurre drasticamente le opportunità salariali che aiutavano migliaia di persone a vivere con una certa dignità. Sappiamo per esperienza che quando la politica è ammalata anche l’economia non è in buona salute. Pure il contrario è sembra vero.
La resilienza delle popolazioni è proverbiale e costituisce la forza sulla quale contare per andare oltre le fasi di questa transizione non annunciata e dello stato di eccezione senza scadenze. Il popolo o per meglio dire i popoli che compongono lo stesso Paese osserva, ascolta, aderisce e, talvolta dissente. Chi pensa in modo diverso da quello dominante, descritto in qualche tratto sopra, è diventato ‘estraneo’ nel suo Paese, antirivoluzionario, traditore della patria o quantomeno sospetto. Ardire di professare questa dissidente ‘stranezza’ è come affidare al vento parole di verità che generarano un futuro differente per tutti. Osare cioè il rischio della profezia.
Niamey, febbraio 2025