Mimmo Lucano, definitiva la sentenza per il sindaco di Riace: resta solo il falso. “Teorema contro l’accoglienza”

Diventa definitiva la sentenza della Corte d’appello di Reggio Calabria nei confronti di Mimmo Lucano che, nell’ottobre 2023, è stato assolto da tutti i reati contestati nel processo “Xenia” tranne un falso relativo a una sola delle 57 determine, firmata nel 2017 e contestate dalla Procura di Locri, in uno solo degli iniziali 19 capi di imputazione. Per quel reato, Mimmo Lucano è stato condannato in secondo grado a 18 mesi di carcere con pena sospesa. Molti meno rispetto ai 13 anni e 2 mesi che l’europarlamentare di Avs e sindaco di Riace aveva rimediato in primo grado davanti al Tribunale di Locri. La II sezione della Cassazione ha messo la parola fine al processo “Xenia” rigettando il ricorso presentato dai legali di Lucano, gli avvocati Andrea Daqua e Giuliano Pisapia, in merito alla condanna per l’unico falso. Per quanto riguarda il ricorso della Procura generale di Reggio Calabria, invece, la Suprema Corte lo ha dichiarato in parte inammissibile, in relazione ad alcuni reati di truffa in danno dello Stato, e lo ha rigettato nei passaggi in cui contestava l’assoluzione in appello per tutte le altre truffe e i falsi.
L’arresto – Al netto dei 18 mesi di reclusione con pena sospesa, il processo al modello Riace si conclude con una sentenza di Cassazione che dà sostanzialmente ragione a Mimmo Lucano e ai suoi legali che, nell’udienza di oggi, hanno chiesto il rigetto del ricorso della Procura generale. Lucano era stato arrestato nell’ottobre 2018 nell’ambito dell’inchiesta “Xenia”, condotta dalla Guardia di finanza, sulla gestione dei progetti di accoglienza dei migranti. Finito prima ai domiciliari e poi a un lungo periodo di esilio, durato un anno, Lucano ha affrontato due processi prima del terzo grado di giudizio davanti alla Corte di Cassazione. Nel 2021, infatti, il Tribunale di Locri lo ha condannato a una pena pesantissima per quasi tutti i reati. Il più grave era di essere il promotore di associazione a delinquere, il “dominus” di un sodalizio che, stando alle indagini condotte dalla guardia di finanza, aveva lo scopo di commettere “un numero indeterminato di delitti contro la pubblica amministrazione, la fede pubblica e il patrimonio”. Nel capo di imputazione, si leggeva che “mediante indebite rendicontazioni al Servizio centrale dello Sprar e alla Prefettura”, l’ex sindaco di Riace “in qualità di pubblico ufficiale”, e in concorso con i presidenti degli enti gestori dei progetti Sprar e Cas, avrebbe procurato alle associazioni che si occupavano di assistere i migranti “un ingiusto vantaggio patrimoniale pari a 2milione 300 mila euro”.
Le accuse cadute – Di tutto questo non ha retto nulla. Il castello accusatorio si è sgretolato un anno e mezzo fa, nell’ottobre 2023, quando la Corte d’appello ha cassato tutti i reati tranne l’unico falso per il quale appunto Lucano è stato condannato a 18 mesi con pena sospesa. Con la sentenza di secondo grado, infatti, erano cadute le accuse più gravi come l’associazione a delinquere (per la quale non è emerso nulla “per ritenere provati nessuno degli elementi che vengono valorizzati per dimostrare l’esistenza di una struttura associativa”) e la truffa (“manca la prova degli elementi costitutivi il reato). Per molti di questi reati (associazione a delinquere, 4 episodi di peculato e 2 falsi), l’assoluzione era già definitiva perché non appellata dalla Procura generale il cui ricorso riguardava, infatti, solo alcuni episodi di truffa aggravata ai danni dello Stato, un abuso d’ufficio e un falso.
Durante la requisitoria, il pg della Cassazione ha invocato un nuovo processo d’appello. Ma non per tutti i reati: piuttosto, la richiesta dell’accusa bocciata dalla Suprema Corte è stata di annullamento parziale della sentenza di secondo grado, limitatamente alla parte in cui i giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria hanno stabilito l’inutilizzabilità delle intercettazioni. In attesa di conoscere le motivazioni della decisione, probabilmente la Suprema Corte ha sposato quanto, sul tema intercettazioni, avevano scritto i giudici di Reggio Calabria rifacendosi proprio a precedenti pronunce della Cassazione. “L’utilizzabilità delle intercettazioni disposte per altro reato – si legge nella sentenza d’Appello – è pur sempre subordinata alla condizione che il nuovo reato sia a sua volta autorizzabile venendo in rilievo un limite imposto dalla legge e non certo oggetto di ‘creazione’ giurisprudenziale’”.
Le intercettazioni – Il riferimento è una critica al Tribunale di Locri che aveva condannato Lucano a 13 anni e 2 mesi di carcere e che, “per alcune ipotesi di reato, ha dato al fatto una diversa qualificazione giuridica, il che pone il problema” dell’utilizzabilità delle conversazioni “per reati non autonomamente intercettabili”. Detto in altre parole: “Significherebbe da un lato svuotare di contenuto la funzione di garanzia propria del provvedimento autorizzativo, dall’altro, trasfigurare il decreto in una sorta di ‘autorizzazione in bianco’, in aperto contrasto con la riserva di cui all’articolo 15 della Costituzione”. In ogni caso, sempre in merito alle intercettazioni, per i giudici di secondo grado, “la pur accertata inutilizzabilità dei dialoghi non impedisce di individuare elementi di prova favorevoli agli imputati”.
Al “vuoto probatorio” provocato dalle intercettazioni inutilizzabili, secondo la Corte d’Appello, fa il paio un’altra questione importante: “l’interpretazione” del significato delle conversazioni di Lucano. “È di giustizia – scrivono i magistrati – evidenziare come lo stesso Tribunale (di Locri, ndr), in maniera contraddittoria, abbia in realtà utilizzato numerose conversazioni captate dopo la discovery, ritenendo di poterne trarre elementi a carico degli appellanti”. Eppure, citando alcuni passaggi della sentenza di primo grado, secondo la Corte d’Appello di Reggio Calabria “i dialoghi intercettati in linea con gli accertamenti patrimoniali compiuti su Lucano Domenico suggeriscono pertanto di escludere che abbia orchestrato un vero e proprio ‘arrembaggio’ alle risorse pubbliche”.
Lo spirito di Lucano – Non è un caso che i giudici di secondo grado, nella sentenza confermata oggi dalla Corte di Cassazione, avevano elogiato “la personalità” di Mimmo Lucano: “A ben vedere, – si legge – i dialoghi captati mettono in luce lo spirito di fondo che ha mosso l’imputato, certo di poter alimentare una economia della speranza, funzionale a quella che più volte Lucano ha definito essere la sua mission, ovvero poter aiutare gli ultimi. Una mission tesa a perseguire un modello di accoglienza integrata, ovvero non limitato al solo soddisfacimento di bisogni primari, ma finalizzato all’inserimento sociale dell’ospite di ciascun progetto”. E ancora: “il contesto in cui ha sempre operato, caratterizzato da un continuo afflusso di migranti, l’assoluta mancanza di qualsivoglia fine di profitto, l’indiscutibile intento solidaristico, gli sforzi per portare avanti la propria idea di accoglienza”.
La difesa – Al di là dell’inutilizzabilità delle intercettazioni, il fatto che anche queste provino l’innocenza di Lucano lo hanno ribadito più volte, nel corso degli anni, pure i suoi legali, Giuliano Pisapia e Andrea Daqua. Secondo quest’ultimo, con la sentenza di oggi, “finisce questa storia”. “Il ricorso della Procura generale – commenta l’avvocato – era assolutamente infondato e la Corte di Cassazione ha dato atto di questa infondatezza. È stata una brutta storia nei confronti di un uomo perbene ma che è finita nel migliore dei modi”.
“Teorema” – “Io non avevo fatto nulla dei reati che mi contestavano. È stato un teorema studiato ed elaborato proprio per ostacolare una storia di accoglienza che è stata unica nel mondo” è il commento a caldo di Mimmo Lucano, sindaco di Riace ed europarlamentare di Avs. “Oggi sono felice per questa sentenza. – aggiunge – Lo sono per me, per la mia famiglia e per tutte le persone che mi sono state vicine in Italia e in Europa. Sono abituato a non avere rancori. Ma era evidente che era una macchinazione, perché avevamo fatto delle cose che interferivano con questioni che erano al di là di Riace. Penso alla coincidenza temporale degli accordi tra l’Italia e la Libia che ritengo siano strettamente collegati con quello che ha subito Riace”.