Il mondo FQ

Che accadrebbe con un’altra pandemia? Saremmo punto e a capo, e con una sanità in rovina

Commenti

di Sara Gandini e Paolo Bartolini

Che accadrebbe se, nel giro di pochi anni, un’altra pandemia colpisse l’umanità? Questa domanda dovrebbe guidare il riesame critico della gestione dell’emergenza sanitaria esplosa nel 2020. Imparare dagli errori, o ripeterli in modo catastrofico. La sensazione, purtroppo, è che non si sia imparato nulla e che il concetto di sindemia (indispensabile per riconoscere la variabilità degli effetti di un agente patogeno sugli esseri umani a partire dalle condizioni mediche e socioeconomiche che li riguardano) non abbia ottenuto la giusta attenzione.

Le autorità non sono andate tanto per il sottile e hanno scelto le maniere forti, non solo prolungando i lockdown e le forme di didattica a distanza per i ragazzi, ma moltiplicando restrizioni, inibendo nei fatti l’implementazione delle terapie domiciliari e facendo del vaccino il nucleo indiscutibile delle strategie di riduzione del rischio. La società di mercato neoliberale ha dimostrato come uno Stato repressivo e paternalista, orientato più al controllo dell’opinione pubblica e ai profitti dei produttori dei farmaci hi-tech, possa affiancare puntualmente gli interessi dei privati sospendendo la democrazia e criminalizzando il dissenso. E se domani accadesse di nuovo?

Stante il livello del dibattito, è facile immaginare che dinnanzi a qualche epidemia di seria entità, ci troveremmo punto e a capo, anzi con una frammentazione sociale aggravata dalle polarizzazioni nutrite dal mainstream. La sfiducia verso le istituzioni è massima. I politici sono percepiti come estensioni dei centri finanziari e delle multinazionali. Il senso di impotenza verso una politica che sappia incidere cresce, portando le persone a ripiegarsi su posizioni individualiste e qualunquiste, oppure a scontrarsi in contrapposizioni sterili che non prevedono ascolto di posizioni differenti. Lo strumento dei vaccini – che dovrebbe essere impiegato senza obblighi e costrizioni, in sinergia con cure domiciliari, medicina personalizzata sui territori e investimenti nella ricerca – è idolatrato o demonizzato, alimentando un (non)pensiero vaccinocentrico che oscura molti altri fattori di vitale importanza. La sanità è in rovina, lasciata al suo declino per favorire il business delle privatizzazioni.

Rispetto al 2013, il numero di ospedali è diminuito del 7%, con una riduzione più marcata nel settore pubblico (-50 strutture). Al contrario, l’assistenza territoriale residenziale e semi-residenziale è aumentata, ma soprattutto nel settore privato, che ha visto crescere le proprie strutture rispettivamente da 6.834 a 8.114 e da 2.886 a 3.192. Anche il comparto riabilitativo è in espansione, ma anche qui il peso del settore pubblico è in calo, rappresentando solo il 42% delle strutture totali nel 2023, rispetto al 44,5% del 2013. Parallelamente, si è verificata una drastica riduzione dei posti letto negli ospedali (-10.560 unità). Anche i consultori hanno subito un calo del 10%, con 290 chiusure in dieci anni, mentre i Centri di Salute Mentale sono diminuiti da 1.603 a 1.334. Il personale sanitario convenzionato ha registrato un calo significativo: i medici di famiglia sono scesi da 45.203 a 37.983 (-7.220), i pediatri da 7.705 a 6.706 (-999) e i medici di continuità assistenziale da 11.533 a 10.050.

La nostra preoccupazione quindi è che le democrazie liberali al collasso, non essendo capaci di fare tesoro degli errori compiuti e di riconoscere le discriminazioni adottate verso una minoranza di cittadini facilmente utilizzata in veste di capro espiatorio, possano trovarsi presto in situazioni affini, senza aver acquisito la consapevolezza del peso delle diseguaglianze sociali sulla salute pubblica, per non parlare della nocività della postura autoritaria assunta in questi anni.

L’auspicio a questo punto è guardare indietro per imparare a rivolgere lo sguardo in avanti con soluzioni diverse, più sagge e capaci di ristabilire gradualmente un nesso tra istituzioni e popolazione. Ci vuole il coraggio di riconoscere gli errori fatti ma soprattutto è necessario cercare mediazioni (che non necessariamente significano compromessi) tra chi è radicato su posizioni differenti, per percorrere un lento e necessario tragitto di riconciliazione tra le parti, nel quale emozioni e ragioni sappiano convivere e bilanciarsi nel reciproco riconoscimento. Sapendo che interrogare la sofferenza, senza trovare immediate facili soluzioni, è fondamentale. Ce lo insegna in primis il malessere degli adolescenti di questi anni, come spiegano Pietropolli Charmet e Anna Stefi su Doppiozero, che raccontano lo scandalo di esistenze che rompono il quadro ideologico dei modelli adulti immersi nella retorica uniformante del successo e del profitto a ogni costo. Bisognerebbe ascoltare di più questi giovani e interrogare la sofferenza che esibiscono. Da lì potrebbe persino arrivare quel nuovo immaginario di cui abbiamo bisogno.

Gentile lettore, la pubblicazione dei commenti è sospesa dalle 20 alle 9, i commenti per ogni articolo saranno chiusi dopo 72 ore, il massimo di caratteri consentito per ogni messaggio è di 1.500 e ogni utente può postare al massimo 150 commenti alla settimana. Abbiamo deciso di impostare questi limiti per migliorare la qualità del dibattito. È necessario attenersi Termini e Condizioni di utilizzo del sito (in particolare punti 3 e 5): evitare gli insulti, le accuse senza fondamento e mantenersi in tema con la discussione. I commenti saranno pubblicati dopo essere stati letti e approvati, ad eccezione di quelli pubblicati dagli utenti in white list (vedere il punto 3 della nostra policy). Infine non è consentito accedere al servizio tramite account multipli. Vi preghiamo di segnalare eventuali problemi tecnici al nostro supporto tecnico La Redazione