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Ondata di arresti in Tunisia contro la comunità Lgbtqia+: le ‘prove del reato’ anche dalle app

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Dal 26 settembre 2024 al 31 gennaio di quest’anno, le autorità tunisine hanno arrestato almeno 84 persone – per lo più omosessuali e donne trans – a causa dell’orientamento sessuale e dell’identità, reali o percepiti. Gli arresti sono avvenuti a Tunisi, Hammamet, Sousse ed El Kef. La denuncia arriva dall’ong Associazione per la giustizia e l’uguaglianza Damj.

L’ondata di arresti è stata preceduta da una vasta campagna omofobica e transfobica, lanciata il 13 settembre 2024 e rilanciata così tanto da far pensare a una regia ben orchestrata. Anche perché, tra le centinaia di pagine social che l’hanno rilanciata, non poche sono quelle esprimono sostegno al presidente Kais Saied.

A dare una mano alla campagna online ci hanno pensato i media tradizionali, dai quali sono stati lanciati inviti ad arrestare attiviste e attivisti Lgbtqia+ e a sciogliere le loro associazioni.

Saif Ayadi, responsabile delle campagne di Damj, teme che il numero delle persone arrestate sia persino maggiore:

“Noi ci basiamo sul totale delle persone cui diamo assistenza diretta, compresa quella legale. Ma quando alcuni anni fa abbiamo potuto avere accesso ai dati ufficiali delle indagini, abbiamo scoperto che erano tre volte tanti. Temo sia così anche ora”.

Le persone arrestate – spesso a seguito di irruzione nelle abitazioni private, senza alcun mandato di cattura – vengono incriminate soprattutto ai sensi di quattro articoli del codice penale: il 230 che punisce “sodomia e lesbismo”, il 226 che riguarda “comportamenti indecenti”, il 226 bis sui “reati contro la pubblica morale” e il 234 che ha a che fare con le “violazioni della morale per incitare minorenni a comportarsi in maniera dissoluta”.

Le “prove del reato” sono tratte dai dispositivi elettronici, sequestrati e poi controllati illegalmente dalle forze di polizia. In alcuni casi, agenti delle forze di polizia si spacciano sulle piattaforme social e sulle app di dating come appartenenti alla comunità Lgbtqia+ e poi ricattano, minacciando arresti per “incitamento online alla prostituzione”.

Il 27 ottobre 2024 il ministero della Giustizia ha condannato, in un comunicato stampa, il crescente uso delle piattaforme social come TikTok e Instagram per “diffondere contenuti contrari alla pubblica morale”, sollecitando la magistratura ad “avviare procedimenti giudiziari contro chiunque produca, mostri o pubblichi dati, informazioni, fotografie o video che mettono a rischio la pubblica morale”.

Pochi giorni dopo, cinque persone creatrici di contenuti online – tra cui Khoubaib, che è persona non binaria – sono state arrestate per reati come “indecenza pubblica” e “diffusione di contenuti contro i buoni valori morali”. Il 31 ottobre sono state condannate a pene fino a quattro anni e mezzo di carcere.

Quattro delle persone condannate hanno ottenuto uno sconto di pena in appello e sono tornate in libertà. La quinta resta in prigione, condannata a due anni e mezzo oltre che a una multa per aver creato e pubblicato video.

Gli uomini arrestati per omosessualità sono abitualmente sottoposti a “esami” anali forzati, che costituiscono una forma di tortura. In un caso, il 3 dicembre 2024 il tribunale di El Kef ha usato questi “esami” come prova per condannare due uomini a un anno di carcere. Mira Ben Salah, attivista trans di Damj, è stata interrogata più volte a partire dallo scorso ottobre in relazione alle attività della sua associazione, anche in favore delle persone migranti e rifugiate, bersaglio di antica data dei discorsi d’odio del presidente Saied.

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