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Germania apre a un accordo coi talebani per espellere migranti. Ma così non si elimina il terrorismo

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La spinta presente in Germania e Austria per espellere immigrati e/o bloccare frontiere circola nei social (Musk o non Musk), condiziona e contagia partiti di centro e persino centrosinistra, ma mostra la sua irrazionalità. Non è una risposta ai recenti episodi di solitari attacchi islamisti. La Germania è l’unico paese europeo ad aver deportato a Kabul (via Qatar) una trentina di espulsi – qualcuno lo ha portato la Svizzera – ma per farlo realmente occorre un accordo con i Talebani. I quali pretendono un riconoscimento.

Cdu-Csu ha appena chiesto al governo di contattare i Talebani a questo scopo. Ma non c’entra realmente con l’attentato di Monaco. L’attentatore era un afgano giovane e regolarizzato. Si è radicalizzato improvvisamente e senza che nessuno se ne rendesse conto. Si noti che la donna morta nell’attentato di Monaco era di origine algerina.

In Austria l’autore siriano dell’attentato era anche lui regolare. È stato bloccato da un altro siriano, più adulto e integrato di lui. Questi episodi di radicalizzazione violenta si ripetono, ma statisticamente sono pochissimi. Le polizie europee fanno molta prevenzione e repressione. I servizi sociali per l’integrazione invece sono depotenziati. Talvolta scambio messaggi con un ragazzo siriano richiedente asilo in Austria. Dice che ogni tanto qualcuno dei suoi simili va fuori di testa. “La distanza dalle famiglie, la difficoltà di vivere nei centri d’asilo, la pressione economica a restituire i soldi del viaggio”.

Ma il dibattito pubblico in Germania e Austria (con eccezione della Linke e in parte dei Verdi) sì sta avvitando sulla ipotesi di espellere afgani e siriani come se fosse risolutivo dei problemi di sicurezza – e come se fosse privo di conseguenze il riconoscimento dei Talebani, record mondiale di oppressione della donna e violazione dei diritti umani. Proprio ieri un esponente talebano ha dichiarato che non sono disponibili ad accettare rimpatri via Qatar: vogliono un riconoscimento diplomatico.

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