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L’alternativa naturale agli Ogm: che cos’è il miglioramento genetico evolutivo

Si tratta di coltivare miscugli ottenuti da tanti incroci diversi, di riprodurre le proprie sementi di anno in anno ed eventualmente selezionare le spighe o i frutti migliori per poi riseminarle nei loro stessi terreni
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La tecnica del miglioramento genetico evolutivo non ha nulla a che fare con gli Ogm, perché è un processo naturale, che l’agricoltore può favorire, gestendo le cosiddette “popolazioni evolutive”. La spiegano in un importante libro i genetisti Salvatore Ceccarelli – già professore ordinario di Genetica Agraria presso l’Università di Perugia, che ha condotto studi presso il Centro Internazionale per la ricerca agricola in ambienti asciutti ei pressi di Aleppo per circa trent’anni – e Stefania Grando – genetista e consulente – nel libro Miglioramento genetico evolutivo: una guida per agricoltori (Terra Nuova).

In cosa consiste il miglioramento genetico evolutivo? Si tratta coltivare miscugli – cioè per esempio un miscuglio di tanti tipi diversi di frumento tenero – ottenuti da tanti incroci diversi, di riprodurre le proprie sementi di anno in anno, e eventualmente selezionare le spighe o i frutti (a seconda della specie) migliori per poi riseminarle nei loro stessi terreni, adattando così le colture all’ambiente e gradualmente alle condizioni climatiche in maniera diversa e migliore rispetto a un prodotto standardizzato in laboratorio per ogni latitudine. “Non chiamate i nuovi Ogm Tea”, dicono gli autori, “perché non hanno nulla a che fare con l’evoluzione. Al contrario, le popolazioni evolutive si basano su ricerche iniziate quasi cento anni fa e nel corso degli anni si sono accumulati moltissimi dati scientifici che dimostrano che coltivare piante tra loro mescolate porta a un aumento di produzione, a produzioni più stabili nel tempo, al controllo delle malattie, di insetti e piante infestanti. Ma soprattutto grazie ad esse i contadini riacquistano un completo controllo della produzione del seme, perché hanno nel campo un materiale che si evolve di anno in anno, in un processo di continuo rinnovamento e quindi hanno tutto l’interesse a rifarsi il seme”.

Un grande vantaggio per l’agricoltura biologica

Il contadino, notano Ceccarelli e Grando, può eventualmente farsi affiancare da un ricercatore per creare una popolazione migliorata, ottenuta dalle piante più belle, una popolazione evolutiva migliorata. “Mentre il miglioramento genetico convenzionale genera varietà costituite da piante tutte uguali, qui si incrociano e si mescolano piante diverse, quindi sia per effetto dell’incrocio che della selezione naturale c’è un continuo miglioramento”. I benefici sono soprattutto per gli agricoltori che praticano agricoltura biologica e biodinamica perché uno dei problemi è che non esistono programmi di miglioramento genetico specifici per il biologico: chi pratica biologico utilizza semi selezionati per l’agricoltura industriale e questa “è anche una delle cause delle differenze di produzione e dei costi dei prodotti dell’agricoltura biologica”.

Batteri e funghi prosperano nell’uniformità

Il contadino ha tutto l’interesse a produrre il proprio seme beneficiando degli effetti della selezione, sia naturale che operata dall’uomo. Inoltre, appunto, le colture hanno produzioni più stabili, non soffrono di malattie perché le spore di funghi o gli insetti quando entrano in campi con piante diverse si diffondono più lentamente. Insomma, mentre le popolazioni evolutive evolvono in meglio, “gli ogm sia vecchi che nuovi sono l’espressione tecnologicamente più perfetta dell’uniformità che è il contrario di quello che ci serve per affrontare le incertezze del futuro, e rappresentano l’applicazione in biologia di quel principio industriale che va sotto il nome di obsolescenza programmata”. Inoltre, spiegano i due genetisti, chi difende gli ogm ignora che i funghi, gli insetti e le piante infestanti sono esseri viventi e quindi gradualmente evolvono resistenza. È lo stesso processo biologico che porta alla resistenza dei batteri agli antibiotici.

Ma una buona notizia per fortuna c’è: fino al 2010 c’era una legge sementiera, voluta dalle aziende, per cui i semi di una certa varietà potevano essere venduti e acquistati se la varietà è iscritta a un registro nazionale e per essere iscritta a quel registro deve essere distinguibile, uniforme e stabile. Le popolazioni evolutive e i miscugli non sono né uniformi né stabili, ma nel 2010 la Commissione Europea ha cominciato a finanziare dei progetti per riportare diversità in agricoltura. “A un certo punto ci si è resi conto”, raccontano i due esperti, “che era insensato finanziare progetti per la diversità quando ci sono leggi che impediscono di utilizzarla e quindi nel 2014 la Commissione ha iniziato una sperimentazione e ha poi emanato un nuovo regolamento del biologico entrato in vigore nel 2022.

Semi che non possono fare a meno della chimica

Oggi legalmente nel mondo del biologico è possibile vendere e acquistare seme di varietà (appunto le popolazioni evolutive) che non sono né uniformi né stabili. Per ora questo è limitato al biologico, ma grazie ai vantaggi che queste popolazioni producono nel ridurre l’uso della chimica, come il glifosato, ci sono pressioni perché venga esteso alla agricoltura non biologica.

Il seme delle grandi corporazioni, invece, non può fare a meno della chimica ed è per questo che le grandi corporazioni dei semi si sono fuse con quelle che producono i pesticidi, così il contadino è costretto a comprare sia semi che pesticidi. Ma non si può parlare di transizione ecologica, concludono i due genetisti, “quando si ignora un messaggio che ci viene dall’ecologia: a una maggiore diversità corrisponde una maggiore produttività e una maggiore resilienza rispetto ai cambiamenti climatici”.

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