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Almasri, il Tribunale dei ministri indaga sul volo dei servizi che riportò in patria il libico: chiesti gli atti al ministero dell’Interno

"La materia di indagine è sui tempi dell’utilizzo del Falcon, quando è stato autorizzato a decollare da Roma", ha riferito l'avvocato Luigi Li Gotti, autore dell'esposto sui membri del governo
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Il Tribunale dei ministri di Roma indaga sulla procedura di rimpatrio del comandante libico Njeem Osama Almasri, arrestato il 19 gennaio su input della Corte penale internazionale – che lo accusa di crimini contro l’umanità – e poi riportato due giorni dopo a Tripoli da un Falcon dell’intelligence, dopo essere stato scarcerato per l’inerzia del ministero della Giustizia. Il collegio di tre giudici ha chiesto alcuni atti al Dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’Interno nell’ambito dell’indagine aperta nelle scorse settimane sulla premier Giorgia Meloni, il capo del Viminale Matteo Piantedosi, il ministro della Giustizia Carlo Nordio e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. Il fascicolo nasce da un esposto dell’avvocato Luigi Li Gotti, ex sottosegretario alla Giustizia del secondo governo Prodi. Che, a margine di un evento a Siena, conferma: “La materia di indagine è sui tempi dell’utilizzo del Falcon, quando è stato autorizzato a decollare da Roma” verso Torino per caricare il presunto torturatore.

Tutti e quattro i membri del governo sono indagati per favoreggiamento e peculato, Nordio anche per omissione di atti d’ufficio. Nei giorni scorsi i magistrati avevano già chiesto alla Direzione affari internazionali del ministero della Giustizia i documenti sulle interlocuzioni con la Corte penale internazionale e con la procura generale di Roma, a cui Nordio avrebbe dovuto chiedere la convalida dell’arresto, eseguito dalla Digos di Torino sulla base di una segnalazione dell’Interpol. Su Piantedosi gli accertamenti riguardano la fase finale della vicenda, cioè l’espulsione: l’aereo che ha riportato Almasri in patria, infatti, era arrivato a Torino già nella mattinata del 21 gennaio, cioè prima che la Corte d’appello disponesse la scarcerazione del generale a causa del silenzio del ministero. Riferendo in Parlamento sul caso, il ministro dell’Interno aveva detto che si trattava di un'”iniziativa a carattere preventivo aperta a ogni possibile scenario”.

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