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Trieste, la fuga delle multinazionali: 800 posti a rischio tra licenziamenti e cassa integrazione

Raffica di procedure collettive che coinvolgono ingegneri e operai di U-Blox Italia, Flextronics e Tirso tra crisi e delocalizzazioni. I sindacati: "Istituzioni poco attente"
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Tre crisi industriali si abbattono contemporaneamente su Trieste e il suo tessuto produttivo. Circa 800 posti rischiano di essere cancellati a colpi di licenziamenti collettivi e quasi 5mila lavoratori sono scesi in piazza, chiedendo soluzioni e interventi pubblici, di fronte a proprietà che si defilano. U-Blox Italia, Flextronics e Tirso sono i nomi di questa geografia della recessione industriale in Friuli Venezia Giulia.

U-Blox, 190 ingegneri a casa – Una lettera è arrivata a sorpresa ai 190 di U-Blox, azienda specializzata composta in gran parte da ingegneri, chimici e fisici, che si occupa di ricerca e sviluppo elettronico delle telecomunicazioni. Ha sede a Sconigo, fra Trieste e Sistiana. Sono alle dipendenze di un gruppo multinazionale con sede a Zurigo che conta in tutto 1.300 persone, mentre la produzione di cellulari viene effettuata in Austria e in Malesia. La comunicazione ha colto di sorpresa tutti, visto che fino al 2023 si registravano assunzioni, anzi un lavoratore che segnalasse nuovo personale riceveva un riconoscimento economico. Poco prima di Natale era stato spiegato ai sindacati che il 2024 non era stato un anno positivo, ma la dirigenza contava in un recupero nel 2025 e il ritorno in attivo nel 2026. I licenziamenti sono stati quindi una doccia fredda. “Li respingiamo perché non hanno un fondamento economico. Adesso vogliamo essere traguardati verso un unico compratore, che valorizzi le nostre capacità e competenze, la nostra tecnologia e salvaguardi tutti i posti di lavoro”, dicono i rappresentanti Rsu. Dario Antonaz: “È un’azienda molto specializzata, con alte competenze professionali. La procedura di licenziamento è stata aperta per 140 persone, al momento, ma l’azienda è stata messa in liquidazione”. Massimiliano Generutti dell’Usb Lavoro privato Trieste: “Questi lavoratori sono un corpo unico, rompere questa sinergia significherebbe cancellarne la capacità di ricerca e sviluppo costruita nel tempo”.

Flextronics, in attesa di un fondo – Anche Flextronics, con sede a Trieste, si occupa di componenti elettroniche per conto terzi, occupando 350 dipendenti. La multinazionale statunitense aveva comperato lo stabilimento nel 2015 da Alcatel-Lucent. Il cliente principale è Nokia ma la società, secondo i sindacati, nel tempo l’avrebbe spogliata preferendo portare il lavoro in Romania, dove i costi sono più bassi. “Le multinazionali hanno fatto il loro sporco lavoro – denunciano i sindacati – ma in questo caso le istituzioni non sono state abbastanza attente. Si arriva sempre al fatto compiuto, non c’è mai una strategia a priori per poter evitare queste situazioni, si va sempre sull’emergenza, il che non sempre permette di portare a termine un lavoro”. Adesso Flextronics ha venduto al fondo tedesco FairCap, che intende cambiare l’insegna in AdriaTronics. All’origine c’è stata la comunicazione di Nokia di non avvalersi più dell’impianto triestino per la produzione di componentistica. I tedeschi hanno presentato un piano industriale, bocciato dai dipendenti. “Hanno semplicemente intenzione di smantellare completamente il nostro stabilimento, facendo quello che Flex doveva fare”, ha spiegato dopo un’assemblea Salvatore Patti, rappresentate della Fiom. È stato convocato un tavolo ministeriale, ma la multinazionale statunitense non si è presentata all’appuntamento con il ministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso. Era presente il fondo tedesco che ha illustrato un piano bollato dalle sigle sindacali in una nota come “assolutamente generico, privo di numeri e pieno di buoni intenti”.

Tirso, l’epopea delle 170 donne del tessile – La crisi dello stabilimento tessile Tirso di Muggia ha portato nell’agosto 2024 alla cassa integrazione per 170 dipendenti. La liquidità scarseggia e c’è stato uno stop alla produzione. “Ci hanno preso in giro fino all’ ultimo giorno promettendoci di riaprire uno stabilimento che non riaprirà mai più – hanno spiegato alcuni dipendenti – Aspettiamo ancora il 50 per cento della tredicesima. Abbiamo trascorso le feste natalizie nel peggiore dei modi e sono mesi che attendiamo una svolta. Speriamo per il meglio ma non possiamo vivere di speranze, servono azioni concrete”.

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