Attenzione a aderire con fede alla razionalità: servono ragione e passioni, soprattutto oggi

di Sara Gandini e Paolo Bartolini
Il mondo contemporaneo è un mondo amministrato tecnicamente. Sono tre le forze che tendono a uniformare comportamenti, pensieri e azioni nel cuore dell’ipermodernità: i mercati capitalistici (soprattutto la finanza), la burocrazia e le tecnologie di nuova generazione (dal digitale, alle biotecnologie, alla cosiddetta “intelligenza” artificiale). La politica è debole e i nostri rappresentanti sono perlopiù incapaci di imporre criteri selettivi che possano arginare la dismisura insita nell’impostazione del tecno-capitalismo.
Come rallentare la megamacchina che unisce – come è ben visibile nella sua versione odierna, vincente negli Stati Uniti e in ascesa un po’ ovunque – tecnoentusiasmo e culto della forza, mito dell’impresa innovatrice e tradizionalismo reazionario?
Le contraddizioni del presente si innestano sul terreno di una stanchezza epocale in cui comunicazione, socialità e politica vengono vissute solo sui social, che si alimentano di analisi semplicistiche, polarizzazioni inutili e senso di impotenza. Pensiamo – a questo proposito – alle scienze ridotte al fantasma dispotico di una presunta Scienza infallibile, da adorare o avversare a seconda della curva da stadio nel quale si posizionano i contendenti. Ne consegue un impoverimento del dibattito pubblico, ridotto a tifo sconclusionato e al rifiuto totale delle argomentazioni sentite come opposte alle proprie.
Purtroppo (o per fortuna!) non esistono scienze che siano “pure”, distinte dalle dinamiche economiche, materiali e politiche del loro tempo. La stessa elaborazione dei dati richiede attenzione e capacità critica, mancando soprattutto nelle situazioni complesse quell’oggettività suprema che accompagna da secoli il sogno occidentale di piena padronanza sulla realtà. Insomma, i dati sono fondamentali e da essi bisogna partire per… interpretarli. Facciamo alcuni esempi.
Prendiamo il caso delle scuole durante l’emergenza pandemica: si è attribuito l’aumento dei casi e la seconda ondata nell’autunno 2020 alla riapertura delle scuole sulla base di una correlazione che non implica una relazione di causalità. La tesi si basava sul fatto che i bambini generalmente prendono spesso raffreddori a scuola, ma a differenza dell’influenza, in cui i soggetti più giovani fungono da serbatoio del virus e ne facilitano la diffusione nella popolazione generale, SARS-CoV-2 sembra risparmiare bambini e adolescenti.
Questi ultimi, infatti, presentano per lo più sintomi lievi e raramente sono identificati come casi indice dell’infezione, suggerendo non solo una minore suscettibilità clinica, ma anche una ridotta capacità di trasmissione. I dati indicano che l’incidenza dell’infezione è inferiore tra gli studenti rispetto alla popolazione generale. In particolare, per i bambini delle scuole elementari, il tracciamento dei contatti ha mostrato una trasmissione ridotta agli adulti: i casi secondari tra gli insegnanti risultano inferiori quando il caso indice è uno studente rispetto a quando è un insegnante.
E la seguente revisione di tutta la letteratura che abbiamo condotto ha confermato questi risultati. Paradossalmente il fatto di avere più raffreddori li protegge: questi dati epidemiologici mostrano quindi che i bambini possiedono anticorpi contro altri coronavirus comuni, i quali mostrano reattività crociata e capacità neutralizzante nei confronti di SARS-CoV-2.
Quello che è successo è che si sono applicati modelli del passato pensando che valessero anche per il presente. Ma non è solo questo. Gli effetti collaterali delle chiusure prolungate delle scuole si sapeva che sarebbero stati devastanti, e si sono chiesti questi sacrifici perché era noto che la sanità fosse al collasso. E ora siamo ancora alla situazione di pre-pandemia, se non peggio.
Ci volevano dati solidi per chiedere questi sacrifici e senso critico nell’analizzarli, ma ci volevano anche empatia e senso di responsabilità nei confronti delle nuove generazioni. Per fortuna che tanti genitori, in particolare le madri, sono scesi in piazza nonostante i divieti, e non si sono arresi. Grazie a queste associazioni di genitori abbiamo lottato per far riaprire le scuole vincendo tutti i ricorsi al Tar e al Consiglio di Stato.
In conclusione, vogliamo affermare l’urgenza di un pensiero critico che ribadisca l’importanza di non aderire fideisticamente alla razionalità calcolante, strumentale e industriale che oggi domina la scena. Abbiamo bisogno di ragione e passioni, di dialogo e di ricerca condivisa, per non affidarci definitivamente a quella formattazione universale che il sistema sta operando per evitare di mettere in discussione le sue premesse, i suoi metodi e il suo obiettivo ultimo: sostituire alla saggia anarchia del vivente (che si dispiega secondo dinamiche auto-organizzative emergenti in ambienti complessi) il controllo e la manipolazione di ogni processo biologico, psicologico e sociale.