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Winston Bogarde, l’ex bidone del Milan oggi allena difensori e denuncia il razzismo occulto nel calcio: “Perché non ci sono tecnici neri?”

L'olandese si è specializzato nella preparazione dei difensori e in una recente intervista si è sfogato per il poco credito dato ad allenatori di colore, come Seedorf e Kluivert
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Sono giorni in cui le classifiche sui peggiori trasferimenti di sempre sembrano in costante fase di aggiornamento. Da Neymar, pagato 90 milioni di euro dai sauditi dell’Al Hilal (con ingaggio di 120 per una stagione e mezza) per 7 partite giocate al costo di 17 milioni a match e 280mila euro al minuto, e da poco passato al Santos; fino ad Antony, malinconicamente trasferitosi al Betis Siviglia dal Manchester United, che per strapparlo all’Ajax mise sul piatto 95 milioni (più 5 di bonus) ottenendo in cambio 5 gol in 62 partite e una serie di figuracce e incazzature da riempire diverse pagine di giornale. Quando si parla di flop a livello di mercato, impossibile dimenticare l’olandese Winston Bogarde, uno dei simboli per antonomasia del bidone. Lo è stato in due campionati: Serie A nel Milan e Premier League con il Chelsea, in quest’ultimo caso diventando l’esempio negativo (12 milioni di euro di ingaggio per altrettante partite disputate in 4 anni), di certe spese fatte solo perché si hanno le casse piene di soldi. I Blues arrivarono a non assegnargli nemmeno il numero di maglia e lui replicò facendo spallucce: c’era un contratto e sarebbe stato rispettato fino all’ultimo giorno.

Accomodante Bogarde non lo è mai stato. In primis sui soldi. A 24 anni passò dallo giovanili dello Sparta Rotterdam all’Ajax di Louis van Gaal, con il quale avrebbe vinto Champions League e Coppa Intercontinentale, e fece causa allo Sparta per dei mancati pagamenti, ottenendo dall’arbitrato la metà di quanto gli sarebbe spettato. “Era il 1994”, ricorda. “Recentemente il tecnico dello Sparta Maurice Steijn mi voleva nel suo staff, ma la dirigenza bloccò tutto. Ci ha portato in tribunale, gli dissero. Erano cose di trent’anni fa – soldi oltretutto legittimamente dovuti – ma a queste patetiche, tristi e ottuse persone rodeva ancora”. Parole che rivelano un personaggio senza peli sulla lingua. “Per questo mi cercano come allenatore individuale, ma anche per questo trovo spesso le porte chiuse dei club”.

Piccolo passo indietro. Bogarde fa l’allenatore, e si occupa di difensori. Potrebbe suscitare ilarità, visto il suo passato, ma la storia del calcio mostra in continuazione come non esista pressoché alcuna correlazione tra capacità tecnico-agonistiche in campo e capacità di insegnamento e trasmissione di concetti in panchina. Attualmente lavora come coach personale di Jorrel Hato, terzino dell’Ajax considerato uno dei migliori difensori olandesi emergenti, e Ryan Flamingo, centrale del Psv Eindhoven. Tra i suoi clienti c’è anche Matthijs de Ligt, già allenato da lui nello Jong Ajax. “Due anni fa dei procuratori mi hanno chiesto se volevo lavorare per alcuni loro clienti. Venivo da sette anni di Ajax, non ero certo l’ultimo degli sprovveduti. Il problema è che spesso non c’è formazione specifica. Non per riluttanza, ma perché semplicemente non esiste il know-how per l’allenamento individuale o per l’allenamento in linea. Negli ultimi anni Cruijff aveva riformato il settore giovanile inserendo percorsi di sviluppo individuale, con l’aiuto di ex calciatori di alto livello. Dopo la sua scomparsa però è stato quasi tutto smantellato. Mi fa piacere che adesso qualcuno si renda conto dei benefici che può portare un allenatore interamente dedicato a sé, con il quale analizzare le partite e svolgere una preparazione specifica”.

Bogarde è stato vice di Erik Ten Hag durante le sue stagioni ad Amsterdam. Prima, in coppia con Michael Reiziger, aveva vinto la B olandese con lo Jong Ajax. Era la prima volta che una squadra giovanile riusciva a vincere un campionato professionistico, anche se ciò non si è concretizzato in una promozione per ragioni regolamentari, essendo già presente la casa madre al piano superiore. A Bogarde e compagni è stato dato il foglio di via con l’arrivo di Alfred Schreuder secondo “il più classico degli spoil system, con l’allenatore nuovo che porta i suoi collaboratori, e la società quindi butta nel cesso anni di competenze e conoscenze proprie maturate sul campo. Poi l’allenatore dura meno di una stagione e si riparte da capo, sprecando tempo e denaro”. Ma ci sono club in cui le cose vanno anche peggio, come l’Adana Demirspor. “In Turchia ci sono andato come assistente di Patrick Kluivert. Lì c’era un detto: è il pifferaio che sceglie la musica. La formazione e i cambi li voleva fare il team manager, un mero tramite del presidente. Competenza tecnica zero. Io facevo da scudo a Patrick, con me c’era poco da alzare la voce. Dopo due mesi e mezzo me ne sono andato. Anche perché non pagavano”.

Nel 2006 Bogarde aveva pubblicato un’autobiografia dal titolo “Deze neger buigt voor niemand” (Questo negro non si piega davanti a nessuno). Parlava di razzismo istituzionale nel calcio, olandese ma non solo. Un razzismo strisciante, nascosto dietro approvazioni di facciata. “Oggi non è cambiato nulla. Nessuno ti verrà mai a dire che non ti sceglie perché sei di colore. Lo fa e basta. Guardate Seedorf o Davids, oppure Kluivert che ha dovuto accettare prima un club turco di mezza classifica, poi la nazionale indonesiana. Grandi occasioni poche o nessuno, quando in giro si vedono tanti altri allenatori che, pur ottenendo poco in campo, una buona panchina la trovano sempre”. Anni fa per il libro Bogarde fu accusato di essere troppo rancoroso. “E sarà così anche questa volta. E’ la loro arma, la loro scusa. Però vorrei che qualcuno mi spiegasse: se non è razzismo, cos’è? Io in questi anni penso di aver dimostrato le mie qualità di allenatore. Quando Shreuder fu esonerato a stagione in corso, la dirigenza chi prese come traghettatore? Non l’assistente con più esperienza che avevano, ossia Reiziger, ma John Heitinga, che aveva da poco iniziato a guidare lo Jong Ajax. Se non è una questione di colore della pelle, di cosa si tratta? Io queste domande non smetterò mai di pormele”.

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