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A place of safety: il viaggio nel Mediterraneo centrale di Kepler-452 è un pezzo di teatro civile

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Un orizzonte marino blu scuro, scuro-scuro nel mare e poco meno all’orizzonte, tutto desolatamente vuoto, soltanto con una piccola distesa di giubbotti salvagente ancora vagamente arancioni, in primo piano, e intorno qualche traccia di ipotetici petali rosa di alga: questo scatto di Dario Bosio per Emergency, scelto per il manifesto teatrale, presenta davvero molto bene A Place of Safety – Viaggio nel Mediterraneo centrale di Kepler-452. Andato in scena il penultimo giorno di febbraio, nella sala principale dell’Arena del Sole di Bologna, e accolto con straordinaria commozione, prima ancora degli entusiastici applausi, in standing ovation, dal quasi migliaio di spettatori presenti, è un pezzo di teatro civile assolutamente sconsigliabile. Da evitare.

C’è un unico modo di sopportare il peso di questo spettacolo complesso e impegnativo, sul tema tabù dei soccorsi in mare ai migranti, che la compagnia bolognese di Enrico Baraldi e Nicola Borghesi presenta oggi, fuori tempo massimo, nel mondo dove sembra risuonare soltanto una parola d’ordine, ‘Remigrazione’. E il modo è quello che suggerisce il monologo d’apertura con cui si presenta il primo dei co-protagonisti del racconto teatrale, Miguel Duarte, capo missione di Sea-Watch. E’ un tipo d’uomo d’una certa imponenza, che non passa certo inosservato, con un volto grande e schietto: potrebbe quasi essere un vichingo, questo ragazzo che pure è portoghese, nella vita fa anche il fisico matematico, insegna all’Università e fa ricerca sui buchi neri.

Racconta con estrema sincerità, come si trovasse a casa con amici, la sua esperienza personale, pluridecennale, di soccorritore e militante. E’ stato anche nel gruppo dei dieci della nave Inventa, che hanno rischiato fino a venti anni di carcere per un’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina da parte del governo italiano. Ma questo lo dicono le note del programma di sala: non è di questo che vuole raccontare, stasera, Duarte. Vuole semplicemente provare a renderci partecipi del dramma intimo e sconvolgente di chi si trova su questo fronte della morte per fare qualcosa, e alla fine non riesce a salvare che qualche petalo d’alga: molti, se non i più, dei migranti che s’incontrano disperati in mare sono fatalmente destinati ad andare a fondo.

E alla fine ogni volontario avrà sempre anche quel morto in più sulla coscienza – come racconterà in uno straordinario monologo conclusivo, un’ora e quaranta dopo -, cioè proprio quel volto e quella persona che sono riusciti per un attimo a distrarre il soccorritore dal suo freddo e ingrato compito, senza che poi purtroppo sia stato possibile salvarli dall’inferno.

Non c’è spazio per la compassione nel Mediterraneo dei migranti, non possono provarla nemmeno i volontari delle organizzazioni umanitarie: sono i primi sconfitti in partenza, lo sanno, e dopo lo racconteranno molto bene anche gli altri protagonisti del racconto di A place of safety, il vecchio ex marinaio Flavio Catalano, l’elettricista folle José Ricardo Peña (latino-americano figlio d’immigrati clandestini in Texas), l’ex infermiera di pronto soccorso Floriana Pati, la militante e studiosa di diritto umanitario Giorgia Linardi, che di Sea Watch è anche portavoce.

Tutti loro per primi – e Nicola Borghesi che in qualche modo li accompagna e introduce in palcoscenico, soffrendo visibilmente per aver voluto imbastire un racconto teatrale di come vivono i volontari del mare una tragedia d’una tale portata – non sanno quello che fanno, non sanno più nemmeno perché, non riescono più a capire che senso abbia, talmente lo sguardo si è posato sull’abisso. Non hanno bisogno di elencare ancora nomi e fatti, se ne colgono i riferimenti, come sullo sfondo.

Hanno perso qualche chilo, e tante notti tranquille, anche Baraldi e Borghesi, sempre perfetti a dosare pesi e misure teatrali. Nicola soffre in scena e lo notano particolarmente i tanti che l’hanno visto combattere con il sorriso amaro, ma ancora vivo e aperto, per gli operai dell’ex Gkn nel fortunato precedente Il Capitale, piuttosto che per i volontari dell’alluvione in Romagna nello straordinario Album, il più bello spettacolo teatrale italiano del 2024. Stavolta però non c’è spazio per la speranza, proprio no.

E allora come si può affrontare questo intollerabile A place of safety? Lo spiega bene Miguel Duarte in apertura al pubblico, a proposito del peso insensato di continuare a voler soccorrere i migranti in mare: forse ‘lo stiamo facendo soprattutto per noi stessi’. Ed è per questo che, in fondo, nel nostro piccolo, siamo tutti qui stasera a piangere e disperarci con loro. Lo facciamo tutti per noi stessi, certo: vorremmo essere persone migliori, vorremmo un teatro migliore, così, vivo, dentro la realtà, vorremmo vorremmo vorremmo… Che un giorno magari tornasse a galla un’alga rosa di speranza.

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