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I fondi pensione si buttano nel business del riarmo. Tfr usati per finanziare la costruzione di missili e carri armati

Parecchi operatori stanno rivendendo le politiche di esclusione dei produttori di armi dai possibili investimenti. Tra le motivazioni non vengono mai citati i lauti profitti attesi: ci si giustifica affermando che la finanza si mette al servizio del piano di riarmo europeo
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Prima c’era stato il ritorno di fiamma per i combustibili fossili e le compagnie petrolifere, tornati molto redditizi con la crisi energetica innescata dalla guerra in Ucraina. Ora il nuovo amore degli investitori, inclusi i fondi pensione europei, sono le armi. Persino i fondi Esg, in teoria esplicitamente ispirati a standard etici, hanno introdotto vari escamotage per non lasciarsi sfuggire i nuovi affari. Ad esempio argomentando che finanziare la produzione di bombe, missili, jet, carri armati e quant’altro è un modo per difendere le democrazie. Si ricordi che, effetti, i big europei della difesa stanno mettendo a segno performance borsistiche da lustrarsi gli occhi. In un anno le azioni di Leonardo sono cresciute di oltre il 100%, quelle della tedesca Rheinmetall addirittura del 203% mentre la francese Thales ha dovuto “accontentarsi” di un + 65%.

Come segnala l’agenzia Bloomberg, anche parecchi fondi pensione europei hanno deciso di conseguenza di rivedere le loro politiche di esclusione dei produttori di armi dai possibili investimenti. La cosa piuttosto comica è che tra le motivazioni non vengono mai citati i lauti profitti attesi, ma ci si giustifica affermando che la finanza si mette al servizio del piano di riarmo europeo. Quasi fosse un sacrificio dettato da un disinteressato moto di solidarietà.

Ad esempio, il più grande fondo pensione europeo, Stichting Pensioenfonds ABP, che raccoglie i contributi degli insegnanti olandesi, ha fatto sapere di avere già importanti investimenti nell’industria delle armi ma di essere pronto ad aumentarli in supporto al piano Ue. Il fondo danese Pfa Pension, che gestisce circa 120 miliardi di euro, afferma che il consiglio di amministrazione sta lavorando alla rimozione anche del divieto di investire in gruppi che producono componenti per le armi nucleari.

L’AkademikerPension danese, con 20 miliardi gestiti, ha a sua volta avviato le procedure autorizzative per accrescere l’esposizione sui produttori di armi, persino verso quelli che costruiscono i cosiddetti ordigni controversi (mine antiuomo, munizioni a grappolo, armi chimiche e biologiche, frammenti non rilevabili, fosforo bianco, armi laser accecanti e uranio impoverito). “Ci troviamo in una situazione eccezionale”, ha detto in un’intervista l’amministratore delegato Jens Munch Holst. “È una lotta per la democrazia e senza democrazia non esistiamo. È un problema esistenziale”.

E in Italia? IlFattoquotidiano.it ha chiesto ad alcuni dei più importanti protagonisti del settore della previdenza integrativa quale sia il loro orientamento. Cometa, uno dei più grandi fondi di categoria, che raccoglie il denaro dei lavoratori del settore metalmeccanico, fa sapere di essere dotato di una procedura per garantire il rispetto della Legge 9 dicembre 2021. La legge contrasta il finanziamento delle imprese produttrici di mine antipersona, di munizioni e submunizioni a grappolo, insomma le armi controverse di cui si è già fatto cenno. A parte questo vincolo, non viene fatta menzione di particolari politiche tese a tenere fuori dai portafogli le azioni o le obbligazioni di aziende che costruiscono armi convenzionali.

Previndai, altro big italiano della previdenza integrativa, adotta la medesima linea. “Per quanto riguarda il settore della difesa, si adottano criteri di esclusione per le così dette “armi controverse”, che dunque non rientrano nei portafogli. Non sono previste revisioni dell’asset allocation strategica per aumentare l’esposizione al settore della difesa né revisioni dei filtri di esclusione adottati”, fa sapere il fondo dei dirigenti industriali a Ilfattoquotidiano.it.

Stessa posizione per il colosso tedesco Allianz che in Italia ha una variegata offerta di prodotti previdenziali. L’esclusione delle armi controverse da qualunque portafoglio, inclusi i fondi pensione, è la politica adottata pure dal gruppo Intesa Sanpaolo. Come per gli altri, però, nessun veto o limite per gli investimenti in costruttori di armi che non rientrano tra quelle “non convenzionali”, come ad esempio le già menzionate Leonardo, Rheinmetall, Thales etc. Assofondipensione, l’associazione di categoria dei fondi integrativi, si limita a confermare che le previsioni normative sono quelle della Legge 220, mentre i fondi pensione possono prevedere (e in alcuni casi lo hanno fatto) ulteriori esclusioni a livello di propria politica di investimento/sostenibilità.

Anche questi elementi sono da tenere in considerazione quando si decide se tenere il proprio Tfr in azienda oppure destinarlo ai fondi pensione, immettendo così il proprio denaro nei mercati finanziari. Utile sapere che, se affidato ai fondi della previdenza complementare, può andare anche a sostenere i piani di riarmo, essendo investito in aziende che costruiscono missili, carri armati, caccia militari, cannoni, etc.. Si può naturalmente non avere nulla in contrario, basta però esserne consapevoli.

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