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Caro ministro Piantedosi, spieghi quell’aggressione a un giornalista

Mi sono chiesto perché è accaduto considerato che si tratta di una figura pubblica conosciuta e non di un evaso da una colonia penale
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di Fiore Isabella

Signor ministro dell’Interno Piantedosi, ho appena visto la scena, girata a Cosenza, di quattro poliziotti avvinghiati sul corpo di un cittadino, forse un delinquente, in preda ad un raptus resistenziale verso dei servitori dello Stato. Ho approfondito la cosa e scopro che il malcapitato è il giornalista, Gabriele Carchidi, direttore di Iacchite, un giornale che scrive le cose che tanti giornali, per fortuna non tutti, tacciono. La domanda che mi sono posto è perché ciò sia accaduto considerato che si tratta di una figura pubblica conosciuta e non di un evaso da una colonia penale.

Dalla nota dell’ufficio stampa della Questura cosentina ho avuto conferma dei miei dubbi sulla ortodossia del comportamento degli agenti della volante; nota che così recita: “In riferimento alle notizie stampa circa un servizio di controllo del territorio di sabato scorso presso il quartiere San Vito si precisa che nell’ambito dell’attività effettuata, il personale dell’Ufficio Volanti ha ritenuto di identificare un cittadino che assumendo una posizione ostile, rifiutava di declinare le proprie generalità”.

Se Lei signor ministro, leggendo questa mia riflessione, fosse incuriosito dalle parole e dai pensieri di un maestro di 73 anni in pensione, potrebbe dare qualche risposta ai tanti dubbi che la vicenda di Cosenza mi ha lasciato e ai quali non riesco, privo di certezze, a dare esaustive risposte: 1. La resistenza opposta dalle persone oggetto del controllo (ma nel caso di specie non era uno sconosciuto) rende assolutamente indispensabile utilizzare procedure di contenimento standardizzate? 2. Tra le procedure standardizzate ne esistono alcune basate sul convincimento, che escludano l’aggressività? Le ricordo che agenti delle forze dell’ordine frequentano le scuole per portare ai discenti messaggi di legalità e di rispetto che, personalmente, non ritengo disgiunti dagli obiettivi teleologici della pedagogia.

Eppure in quell’aggressione, o meglio in quel cedimento alle brutte maniere, di quattro agenti nei confronti di una persona sola, ho visto solo segnali di offesa e mortificazione della pedagogia. E poi tutto ciò accade a poche settimane dal riaccompagnamento a Tripoli in pompa magna di un generale libico, massacratore di bambini. Quello sì, caro ministro, andava accompagnato in galera e a passo di carica, senza alcuna sosta negli uffici della questura.

Penso, signor Ministro, che si stia perdendo il senso della misura. E questo deve preoccupare soprattutto Lei che rappresenta tutti i cittadini, anche coloro che non sono disponibili a “legare l’asino dove vuole il padrone”.

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