Quando Trump pretese Capri e Portofino dopo Canada e Groenlandia

Giorgia Meloni pensava di aver espiato il bacio sulla nuca ricevuto da nonno Biden adottando la tecnica messa in atto proprio nei suoi confronti da Italo Bocchino: quella del ragazzo pon-pon, tutto mossette e gridolini estatici nella coreografia d’entertainment al servizio del nuovo padrone. Ossia il modo di espiare e far dimenticare un passato errore di posizionamento: per il prezzemolo avvelenato dei talk show nomen omen, l’aver puntato su Gianfranco Fini contro Berlusconi; nel caso dello scoiattolino mordace, in arrampicata dalla Garbatella a Bruxelles e Washington, il credito dato a una banda di pallidi cloni dei repubblicani legge e ordine; l’insipida Kamala Harris in testa. Nel suo caso, gente che aveva spianato con la propria inettitudine la strada per la Casa Bianca all’energumeno Donald Trump.
Perciò si era procurata un costume da majorette, per qualche convention stelle-e-strisce (dove era pronta a ripetere la gag spagnola già eseguita in casa Vox, “Yo Soy Giorgia, soy una mujer, soy una madre, soy una trumpiana”, questa volta nello slang degli immobiliaristi Big Apple, con sottofondo musicale del Ray Charles in Georgia in My Mind), ed era pronta a sottostare al rito del bacio all’alluce fetido del quarantasettesimo Presidente degli Stati Uniti. Magari continuare a fingere di trovare seducente lo sguardo da pesce lesso dello sciroccato Elon Musk in trance chimica.
Cosa non si deve fare per potersi sdraiare innanzi ai potenti.
Intanto i giorni trascorrevano, ma dalla Casa Bianca non giungevano segnali. Così come un povero criceto passava il tempo correndo a perdifiato nella ruota della gabbietta mentale in cui l’indifferenza dell’uomo più potente del mondo l’aveva confinato. E ciò nonostante restava ferma al punto di partenza; sebbene continuasse a mandare oltre oceano segnali di sottomissione alla linea.
In altre parole atteggiandosi a mediatore non richiesto tra le due sponde dell’Atlantico; barcamenandosi tra il pacifismo ricattatorio e borseggiatore del presidente americano e il militarismo guerrafondaio della feldmarescialla Ursula von der Leyen, un po’ pifferaia magica a scopo diversivo e molto occhiolino agli affaristi miliardari del comparto armi e dintorni.
Purtroppo la verità non tardò a manifestarsi: la benevolenza nei confronti della Giorgia in postura a tappeto, da parte dell’ex golpista rieccolo a Capitol Hill, non era durata più della tintura del suo ciuffo da finto biondone. Ben altri pensieri stavano prendendo il sopravvento in quella sua mente da spregiudicato immobiliarista congenitamente truffaldino. L’idea suggeritagli dal caro amico Netanyahu di affiancare al programma vetero-colonialista di annettersi Canada e Groenlandia e i loro ricchissimi giacimenti minerari, anche l’organizzazione di un vero e proprio circuito turistico per clientela danarosa, proseguendo nell’intuizione di riciclare le macerie di Gaza nello scintillio da Billionaire della futura Gaza Beach deluxe.
Da qui l’immediata intuizione di coinvolgere nell’American First due straordinarie attrazioni internazionali quali Capri e Portofino: le nuove tappe del tour vacanziero adattato all’american way of life, dal tempo in cui Trump faceva da battistrada a Flavio Briatore nel ruolo di arbiter elegantiarum affaristiche nella trasmissione The Apprentice; in cui l’affarista borderline di periodiche bancarotte indicava il look ottimale ad aspiranti Master of Universe.
Dunque, Capri e Portofino, rivisitati secondo il gusto di un cafone arricchito dell’America profonda; che alterna anche a tavola il cappellaccio Stetson da cow boy con il berrettino da baseball. Cosa c’è di meglio di una Crazy Pizza caprese, che proponga ai clienti la classica ricetta partenopea della Pineapple Pizza, la Margherita all’ananasso aggiornata ai palati dei cocacolizzati; o le trofie al pesto, vanto del Tigullio gastronomico, con tradizionale contorno di polpette e wurstel?
E non si pensa di fermarsi qui. Ad esempio affascina l’idea di aggiornare il celebre monumento scolpito sulle Black Hills (il Mount Rushmore National Memorial, con i volti dei presidenti Washington, Jefferson, Lincoln e Teodoro Roosevelt), in qualcosa di più attuale. Magari i Faraglioni nobilitati con il faccione del presidente dei presidenti – appunto, Donald Trump – riprodotto in tre atteggiamenti iconici: mentre scaccia Zelensky, palpeggia una donna, scambia occhiate complici con il compare Putin.
Proseguendo nell’infrastrutturazione del circuito, piace il progetto di realizzare una Trump Tower sul promontorio più celebre al mondo, con vista sulla baia di San Fruttuoso. Da destinarsi a hotel di lusso, in cui si potrebbe ricollocare la smarrita Meloni, dandole un ruolo adeguato nel nuovo ordine alle porte: la concierge.