“Non conta tanto la differenza tra credenti e non credenti, ma conta la differenza tra pensanti e non pensanti” si trovò a dire più di una volta l’arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini. Sembra scorrere lungo questo solco la Preghiera del non credente del celebre psichiatra Vittorino Andreoli (TS edizioni, 128 pagg., 12,90 euro). E’ un modo per dare voce alle tante persone che cercano, che non credono, ma vorrebbero credere, che credevano e non credono più. E in questa voce risuona una sincera speranza: “Signore, non ti conosco ma ti penso, non so se esisti ma ti cerco, e giungo a desiderare che tu ci sia”. Si tratta di un dialogo diretto e appassionato con Dio, nel quale Andreoli evoca le domande più profonde dell’animo umano, interrogandosi sul bisogno di trascendenza e sul rapporto con il divino di una società spesso segnata dal dubbio e dalla perdita della fede. Un’invocazione intima, toccante, frutto di una lunga gestazione di scrittura. Andreoli esplora il tema universale della preghiera, non soltanto come atto religioso, ma anche come momento interiore di chi cerca un significato alla propria esistenza, anche senza la certezza di Dio. Andreoli, veronese, 85 anni, è uno psichiatra di fama internazionale, è noto al grande pubblico per la sua presenza sui media, oltre che per i numerosi saggi e romanzi.
Ilfattoquotidiano.it pubblica qui in esclusiva un’anticipazione del libro.
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Signore, io non amo il potere. Sarà mai possibile che provi fascino per il Re dei re?
Sei troppo grande per me.
Del resto un Dio non può essere piccolo.
No, no, ho capito Signore, tu non sei potente, sei Padre: del resto il mondo, l’universo, porta la tua impronta.
Tu sei Padre, e guardando alle creature vedi la tua immagine.
Ti specchi in noi.
Capisco il senso di quel Padre nostro…
Io so cos’è un padre della terra, mio padre, e riesco a capire che ci sia un Padre dei padri.
Mio padre.
È la rappresentazione concreta di cosa significhi ricevere amore.
Il padre che diventa la tua sicurezza, il tuo riferimento.
La voglia di vederlo, di sentirlo vicino, anche quando è lontano.
Sulla sua tomba ho scritto «ora sei con me in ogni momento».
Il mio piccolo eroe.
Signore, tu forse lo sai: ogni alba per me si apre con il suo saluto e ogni sera si chiude con il bacio della buonanotte.
Lo so che appare persino paradossale: ho un’età che supera quella degli anni che lui ha trascorsi sulla terra.
Sono uno psichiatra e so che cos’è la sublimazione, il desiderio, ma anche il delirio: una errata considerazione della realtà… della morte.
Ma io percepisco tra le caratteristiche dell’uomo la sacralità. È una categoria della mente che permette di avere consapevolezza non della razionalità, ma del mistero.
Il mistero non ha nulla a che fare con i principi della logica razionale, perché si riferisce a ciò che non è razionale, eppure essenziale per vivere.
Mio padre fa parte del sacro, di ciò che sento, che esperimento, che talora è più vero di ogni altra e relativa verità.
Lo diceva Rudolf Otto, il sacro è parte della condizione umana, è la percezione di ciò che non si vede e non si sente… ma che l’uomo vive. E la vita è esperienza.
Anche tu fai parte del mistero.
Il mistero non è una domanda, ma una risposta.
La morte è sacra, la morte di un padre è vita. E come vedi, Signore, io sono giunto, come uomo, a credere all’incredibile. A vivere anche di mistero.
Non c’è papà, ma mi appartiene, è parte della mia vita.
È stato ed è un esempio di onestà, di impegno, di coerenza.
Un uomo forte, un Cavaliere della Repubblica italiana.
Un esempio per me.
Non è parte del ricordo. È un morto che vive.
E quando affiora alla memoria non è ricordato tra i morti.
Vedo tanti cadaveri che riempiono le strade, sembrano vivi, ma sono morti viventi. I morti possono invece essere più vivi dei vivi.
Il mondo sacro, quello del mistero, è fatto di invisibile.
Io vivo più di morti che di vivi.