Gli Usa non sanno più essere grandi: così provano a trascinare l’Europa in un comune passo indietro

Le ripetute accuse di Donald Trump e del suo staff (pubbliche e riservate) contro l’Europa denotano un’inversione di tendenza delle priorità strategiche statunitensi. La Russia, l’antico nemico fino all’amministrazione Biden, non appare al momento più tale. A parole, ma i contenuti non sono privi di conseguenze, è ora l’Europa a essere apostrofata alla stregua del principale nemico.
Nella chat sull’app Signal, maldestramente divulgata con i piani di guerra contro gli Huthi dello Yemen, la conversazione fuori dai riflettori tra il vicepresidente J.D. Vance e il segretario alla Difesa Pete Hegseth esprime una consolidata avversione contro gli europei. Afferma il vicepresidente: “Odio dover salvare di nuovo l’Europa” alludendo a un’azione militare che renda sicuri i traffici sul Canale di Suez, dove i principali beneficiari sono indicati nell’Europa e non negli Usa. Di contro, il segretario alla Difesa Pete Hegseth, ex conduttore di Fox News, rimarca: “Condivido pienamente il tuo odio per il parassita europeo. È patetico”.
Ormai non si tratta di un’avversione contingente, ma di un’ostilità profonda e introiettata. Lo dimostrano le chat riservate – lontane da platee plaudenti – e il refrain pubblico di Donald Trump che ha trovato un nuovo responsabile sul quale addossare la difficoltà strutturale dell’economia statunitense che nel 2024 resta la prima nel mondo, ma deve misurarsi con un’inarrestabile crescita del debito pubblico, aumentata di due terzi negli ultimi 24 anni tra le spese militari (le guerre in Iraq e Afghanistan) e i costi della crisi del 2007-2008 e della pandemia.
Aumentano, in proporzione, gli interessi sul debito mentre la spesa pubblica supera del 26% le entrate. Come demagogico palliativo, la macchina statale è stata ridotta a febbraio di oltre 16.000 unità, pari al 4% della forza lavoro federale (escludendo le forze armate e le poste). Le imposte non saranno aumentate, anzi Trump dichiara di volerle diminuire. L’ideale, per il trust dei cervelli statunitensi, sarebbe che i Paesi stranieri finanziassero il debito pubblico Usa con titoli a lunghissima scadenza, anche a cent’anni.
Nel frattempo, si è ormai consolidato l’avanzo commerciale a favore dell’Europa che nel 2023 ha registrato un surplus di 157 miliardi di euro. La scelta di imporre i dazi sulle merci di provenienza straniera (dal 2 aprile si applicheranno al 25% sulle auto) segna l’incapacità economica statunitense di riconvertire a proprio favore l’attivo commerciale.
Tradizionalmente la politica dei dazi è un segnale di debolezza, non di forza. Se gli Stati Uniti non sono in grado di tornare grandi, provano a trascinare l’Europa in un comune passo indietro. La trama di relazioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico si è ulteriormente intensificata nell’ultimo decennio: Usa e Europa rappresentano il 30% del commercio mondiale (dati del Consiglio europeo del 2023).
I motivi di contesa tra Europa e Stati Uniti non mancano: l’Ue sta ora guardando con maggiore interesse alla Cina (principale competitore Usa) la cui economia è strutturalmente più forte: produzione, alte esportazioni e crescita dei consumi interni sembrano conferire in prospettiva una maggiore solidità. La legislazione europea funge da intralcio all’espansione di grandi aziende dell’high tech come Google e Microsoft e, più in generale, l’Europa rappresenta per Trump quell’ordine legislativo che è ancora in grado di fissare dei limiti.
Il fattore decisivo per l’inversione degli equilibri non si gioca soltanto sull’economia, ma sull’ideologia. Se il trumpismo, filtrato nei sovranismi presenti nel Continente, accrescerà il suo seguito, l’America a stelle e strisce assoggetterà l’Europa, a quel punto priva di diritti e libertà.