L’Italia chiede l’Iva a Meta, X e LinkedIn. Per Trump l’imposta è “peggio dei dazi” e merita ritorsioni

La guerra dei dazi di Donald Trump contro i partner commerciali, rei secondo il presidente di danneggiare le imprese statunitensi con barriere agli scambi che a suo dire comprendono l‘Imposta sul valore aggiunto, torna a incrociarsi con le richieste del fisco italiano a Big Tech. La settimana scorsa, a pochi giorni dal “Liberation Day” del 2 aprile quando scatteranno le tariffe reciproche nei confronti dei Paesi Ue e non solo, l’Agenzia delle Entrate ha infatti notificato a Meta e X – nei cui confronti le contestazioni erano già note – e anche a LinkedIn avvisi di accertamento rispettivamente per 887, 12,5 e 140 milioni di euro di Iva non pagata per gli anni che vanno dal 2015-16 al 2021-22. Il passo avanti nella vicenda, rivelato da Reuters, è arrivato dopo che i tre gruppi non hanno aderito al contraddittorio preventivo.
Secondo le Entrate e la procura di Milano, che procede sul fronte penale, le tre piattaforme avrebbero dovuto versare l’imposta sui servizi digitali offerti agli utenti perché, pur in mancanza di un pagamento, le loro prestazioni vengono di fatto remunerate attraverso la cessione da parte di chi naviga online dei propri dati personali. E sono dunque imponibili in quanto “operazioni permutative” (l’equivalente di un baratto) ai sensi del Dpr del 1972 che disciplina l’Iva. Una tesi che, se confermata, avrà conseguenze dirompenti per il modello di business di tutte le multinazionali Usa che offrono servizi “gratuiti” in cambio della profilazione a fini di marketing. L’Iva infatti è un’imposta comunitaria e fin dall’avvio dell’indagine su Meta, nel 2023, l’amministrazione tributaria italiana ha investito della questione anche il comitato Iva della Commissione europea per una valutazione tecnica.
Nel caso le aziende finite nel mirino dell’accertamento non aderiscano e non presentino una proposta di mediazione, come sembra probabile visto che contestano in nuce l’interpretazione delle Entrate, si andrà a giudizio. E in ballo ci sarà l’obbligo per i colossi tech di applicare l’Iva in tutti i 27 Paesi membri. L’alternativa, ha sottolineato Reuters, sarebbe una rinuncia alla richiesta da parte del fisco italiano per ragioni tecniche o politiche. Leggi: la volontà di non inasprire le tensioni con Washington proprio mentre la Casa Bianca pare determinata a rispondere colpo su colpo all’applicazione da parte di Paesi terzi di qualsiasi imposta sulle attività dei gruppi Usa. Il presidente le considera “estorsioni” e ha detto di volerne tener conto nello stabilire il livello dei dazi reciproci che verranno imposti sulle importazioni all’interno dei confini statunitensi. L’Iva gli risulta particolarmente indigesta: nonostante l’evidenza economica secondo cui l’imposta sul consumo non fornisce alcun vantaggio competitivo alle imprese degli Stati che la adottano, sostiene che è un sussidio all’export, l’equivalente di una tariffa ma “molto più punitiva“.
Non secondario, peraltro, il fatto che tra le aziende che sfruttano i dati dei consumatori per personalizzare gli annunci ci siano il social di Mark Zuckerberg, che dopo le elezioni si è riposizionato convertendosi al trumpismo, ed Elon Musk, braccio destro di Trump. Pochi giorni fa l’uomo più ricco del mondo, fondatore tra il resto di Tesla, Starlink e Space X, ha annunciato l’acquisizione di X da parte di xAI, la sua startup per l‘intelligenza artificiale. Che già oggi, salvo espressa scelta contraria dell’utente, sfrutta le informazioni dei 600 milioni di iscritti all’ex Twitter per addestrare e ottimizzare il chatbot Grok e potrà usarle per mettere a punto ulteriori software e strumenti con potenziale di monetizzazione commerciale. Attività che a loro volta, nell’interpretazione delle Entrate, sarebbero soggette a Iva.