Cinema

Musk, quattro ore di allusioni e poco altro: l’estenuante documentario di Gibney è solo un minestrone

Fuori concorso alla Mostra del Cinema di Venezia il film dedicato al miliardario americano mette in fila vicende e accuse già note, senza riuscire a spiegare come sia diventato così potente. Tra ironia fuori scala, immagini discutibili e un'inchiesta che si perde nel minestrone narrativo.

di Davide Turrini
Musk, quattro ore di allusioni e poco altro: l’estenuante documentario di Gibney è solo un minestrone

Beati i tempi in cui a Cannes Michael Moore, con Bowling a Columbine, mostrava un esterrefatto Charlton Heston che, di fronte alla sua inattesa intrusione casalinga, girava i tacchi e silenziosamente trascinava i piedi nel lungo corridoio della sua villa. Effetto sorpresa. Frammenti inediti. Potere cortocircuitale delle immagini. Quando il documentario cosiddetto d’inchiesta lasciava il segno. Niente di tutto ciò si è verificato durante le estenuanti quattro ore di Musk, il documentario evento diretto da Alex Gibney, Fuori Concorso a Venezia 83. Un minestrone di informazioni già masticate ovunque, allusioni perniciose, ironia fuori scala, testimonianze fiacche, su un tizio che, nella sua folle e sicuramente non limpida traiettoria politico-industriale, e finanche filosofica (Alex, ma lo sai cos’è il transumanesimo?), sta facendo ammattire da decenni i commentatori di tutto il mondo.

Musk, il film, è un puzzle biografico che inizialmente procede per cenni temporalmente in crescendo (c’è subito un Musk già quasi calvo, giovanissimo geek tra le scrivanie di un ufficio bislacco), poi all’improvviso per macrotemi che altro non sono che le aziende comprate e poi gestite da Elon Musk: dalle pionieristiche Pagine Gialle scaricate su internet (Zip2, rivenduta facendo un pacco di soldi) negli anni Novanta fino a Twitter, poi X, acquistato a una cifra gonfiata dai venditori, passando ovviamente per SpaceX e Tesla. In mezzo riaffiorano, come nelle migliori tradizioni sensazionalistiche da tabloid, le deliranti teorizzazioni muskiane sulla necessità di ripopolamento attraverso una iper-riproduzione di figli (il conteggio sembra fermarsi a 14), attuata con le sue presunte “fattrici”, a partire dalla prima moglie Justine, passando per Grimes, Shivon Zilis e quella Ashley St. Clair, qui interpellata a lungo per carpire segreti nel legame di Musk con il Maga (spoiler: quelli che sanno già tutti).

L’inchiesta, oblunga, slabbrata, nebulosa, partirebbe dall’interrogativo “come ha fatto a diventare così potente e perché ha avuto successo?”. Forse ci siamo addormentati noi, ma Gibney non ce lo spiega affatto. Semmai gareggia nel campionato delle allusioni e spaccia per suo tutto il bordone narrativo, questo sì penalmente rilevante, del fallimento assassino di Autopilot, la guida automatica senza guidatore delle auto Tesla che ha portato a decine di incidenti, perlopiù mortali. Informazioni che aveva esposto con grande coraggio Andreas Pichler con Elon Musk Unveiled, di cui scrivemmo qui.

Responsabilità pesanti che sarebbero state occultate con il supporto inatteso (era precedentemente un supporter democratico, ndr) di Musk a Trump nelle presidenziali del 2024, in modo da far cancellare fascicoli di indagine aperti sul caso Autopilot da diversi organi istituzionali a lui avversi in quanto a firma democratica. Tutto qui? Sì, cari lettori, tutto qui.

E pensate che quando, verso il fondo del documentario, Gibney vuole mostrare il nefando taglio di finanziamenti pubblici ad agenzie governative dal famigerato Doge (che Musk abbandonerà, scaricando momentaneamente l’amministrazione Trump), per avvalorare la sua presunta intuizione va a ripescare nel repertorio dell’USAID (che il Doge ha letteralmente chiuso) le immagini di bambini africani denutriti con le mosche sugli occhi. Una scelta etica che farebbe rivoltare nella tomba Godard, Wiseman e perfino Gualtiero Jacopetti.

Se poi, in questo caravanserraglio dove si cerca perfino di far ridere (in questo Moore, che era un comico, era maestro), ecco due espedienti da vecchio e anonimo mestierante: le sequenze di bonari film di una volta usate come contraltare delle sparate di Musk sulla simulazione della realtà che staremmo vivendo e una dissolvenza incrociata tra un primo piano di Musk e Kublai Khan, imperatore mongolo del XIII secolo che ebbe concubine e decine di figli. E come se non bastasse, oltre all’etica svolazzante, ecco l’estetica farlocca: un Musk in AI con il testone e il corpicino sottile che declama sue frasi come fosse un incontrollato robot.

Certo, se Gibney ha messo in piedi tutto questo baraccone riassuntivo per dirci sostanzialmente che Musk è uno sparaballe alla Calboni, specie quando finge che la batteria elettrica della Tesla si cambi più velocemente di un rifornimento di benzina, ecco che il documentario evento assume le sembianze di una chiacchiera da bar, con o senza Umberto Eco ad ascoltare.

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