Anna Politkovskaja, prima vittima del ‘metodo Putin’. Vent’anni dopo il suo omicidio cerca ancora verità
Occhio alla data: 19 settembre 2006, Zavtra Gazeta, numero 38. Esce un saggio di Andrej Fursov sul grande scrittore e filosofo Aleksandr Zinov’ev (l’autore di “Cime abissali”, in Italia pubblicato da Adelphi). Il titolo è significativo: “Il grande contrario”. Si ironizza sui siloviki, gli uomini che controllano la Russia putiniana: “Tra la nomenklatura sovietica e la generazione montante d’oggi, vi è più di un fossato tra queste generazioni. Non si tratta più della stessa umanità! Il piccolo gruppo che controlla il potere e le ricchezze vuole oggi avere anche la bellezza, la popolarità, l’impunità, la tranquillità… e domani, perché no?, l’immortalità”.
Zavtra in russo vuol dire domani. Un giornale nato nel 1990, di tendenza nazionalista radicale, conservatore e imperialista, dunque in linea con il Cremlino. L’articolo attira l’attenzione di Anna Politkovskaja, che scrive sul bisettimanale Novaja Gazeta, giornale di tutt’altra tendenza, su posizioni diametralmente opposte rispetto a “Zavtra”. Anna è una giornalista assai scomoda per la cricca che controlla il Paese: da anni denuncia le efferatezze dell’esercito in Cecenia, la corruzione delle élite – i siloviki, gli uomini della forza: polizia, servizi segreti, apparati militari, funzionari statali di alto rango – gli arricchimenti illeciti, i rapporti dei politici che governano nelle repubbliche che compongono l’immensa Federazione russa con i seimila clan mafiosi che hanno in mano il 40 per cento dell’economia. Zavtra è uno dei suoi bersagli, perché difende i militari e le loro operazioni. Come mai, allora, hanno pubblicato quella frase di Zinov’ev che invece suona assai diversamente? Che sia in corso qualche dissidio tra i differenti cricche che compongono la nuova nomenklatura? Magari un regolamento di conti tra gli “uomini dell’ombra”: gli ex-Kgb molti dei quali si sono insediati nell’Fsb, l’intelligence nata dopo il crollo dell’Unione Sovietica, tanti altri diventati oligarchi, infine un gruppo chiamato “i Piters”, ossia i fedelissimi di San Pietroburgo che insieme al loro capo Putin stanno occupando ogni leva del potere.
La Politkovskaja ha già subito minacce, un tentativo d’avvelenamento nel 2004, un agguato. I suoi articoli documentatissimi e i suoi libri sulle torture, le esecuzioni sommarie e il clima di terrore che l’esercito ha diffuso in Cecenia, dopo averne raso al suolo la capitale Groznyj, hanno scatenato violente reazioni da parte delle istituzioni militari e governative. Anche Zavtra non aveva lesinato critiche a lei e ai pochi coraggiosi giornalisti indipendenti che cercavano di raccontare come stavano le cose e che venivano ammazzati o fatti sparire. Anna, meglio di altri, era riuscita a smascherare il “metodo Putin”, ossia la capacità di narrazioni alternative della realtà, la mistificazione trasformata in arma di persuasione di massa. Era una giornalista temeraria: “coi capelli grigi e gli occhiali, madre di due ragazzi già grandi, non aveva proprio l’aspetto della giornalista d’assalto e dell’inviato di guerra, una cosa che probabilmente la salvò in morte occasioni”, così la descrive Masha Gessen nel suo bel saggio Putin l’uomo senza volto, una biografia “non autorizzata” pubblicata in italiano da Bompiani, 2012. Ammirevole anche prima della seconda guerra cecena, perché scriveva “pezzi minutamente dettagliati e disorientanti su tutte le possibili sciagure sociali”. Insomma, era come una che aveva addosso un bersaglio.
Del resto, aveva visto morire avvelenato il suo direttore Jurij Ščekočichin e quindi era diventata molto prudente. Il primo settembre del 2004, appena fu diffusa la notizia che una scuola di Beslan era stata assaltata da un gruppo di terroristi, lei corse in aeroporto e partì per Rostov. Diffidente, si era portata da casa del cibo, ma chiese lo stesso una tazza di té: mal gliene incolse, dieci minuti dopo perse i sensi. A Rostov arrivò in coma. Due giorni dopo, uscita miracolosamente dal coma, tornò a Mosca dove i medici constatarono che era stata intossicata da una sostanza sconosciuta che aveva seriamente danneggiato il fegato, i reni e il sistema endocrino. Di fatto, le impedirono di indagare sul caso Beslan, dove quasi tutti i sequestratori vennero giustiziati sommariamente dai soldati russi, come emerse durante il processo all’unico superstite, grazie anche alle testimonianze dei testimoni oculari e alle trascrizioni sul sito web PravdaBeslana.ru che aveva messo in piedi Marina Litvinovic, ex responsabile dell’immagine di Putin: aveva lasciato la squadra dei suoi consulenti politici perché si era sentita emarginata nei momenti di emergenza, si era occupata senza farsi troppo coinvolgere dell’opposizione, lavorando poi per l’oligarca Mikhail Khodorkovskij che però venne arrestato e sbattuto in Siberia. Beslan le parve l’occasione giusta per fare ciò che alla Politkovskaja fu negato.
In occasione del secondo anniversario della tragedia di Beslan, la Litvinovic pubblicò in un libro i risultati della sua ricerca, con il contributo di Anna che aveva rintracciato un documento di polizia in cui era scritto che un uomo arrestato quattro ore prima dell’assedio aveva avvertito la polizia del piano. Avvertimento ignorato. Le due donne dimostrarono che Putin non aveva alcuna intenzione di attivarsi per prevenire gli attacchi terroristici, tantomeno per risolvere le emergenze in modo pacifico. Semmai, enfatizzava la propria reputazione sulla determinazione a far fuori i terroristi, sintonizzando sulla ferocia percepita dall’opinione pubblica. Conclusione: la posizione di Putin si consolidava in una Russia che approvava la politica della paura.
Il 20 marzo 2006, la trentunenne Marina Litvinovic che aveva trovato lavoro da Garri Kasparov, il campione di scacchi leader dell’opposizione, uscì tardi dall’ufficio, poco dopo le nove di sera. Qualcuno la seguì e poi la colpì alla testa, un pestaggio sistematico. Nella borsa, soldi, computer, telefonino. L’aggressione non era stata per derubarla. Era un messaggio. Come scrisse in un blog un giovane consulente politico che era stato collega di Marina: “Le donne non dovrebbero fare questo lavoro…Marina si è unita alla guerra, e nessuno ha mai detto che questa guerra sarebbe stata condotta secondo le regole”. Come dire: ecco cosa vi attende a mettervi contro il Cremlino.
Passano quasi sette mesi. E’ sabato 7 ottobre. Anna Politkovskaja rientrando a casa, viene ammazzata da un sicario nell’androne. Secondo Aleksandr Litvinenko, ex ufficiale del Kgb che era entrato in rotta di collisione con Putin ed era stato costretto a fuggire in Gran Bretagna, “Anna è stata uccisa da Putin”: lo scrisse nell’annuncio funebre sul web, “non eravamo sempre d’accordo e qualche volta litigavamo. Ma su un punto eravamo totalmente d’accordo: entrambi eravamo convinti che Putin fosse un criminale di guerra, che fosse responsabile del genocidio del popolo ceceno e che avrebbe dovuto essere processato in un tribunale indipendente e aperto. Anja aveva capito che Putin avrebbe potuto ucciderla per le sue idee e per questo lo disprezzava”.
Quel 7 ottobre del 2006 era anche il giorno in cui Putin compiva 54 anni. Tutti i russi pensarono che l’omicidio di Anna fosse il suo regalo di compleanno. Putin non rilasciò alcuna dichiarazione. Ma il giorno dopo fu prodigo di auguri per una campionessa di pattinaggio che compiva 60 anni e per un attore che ne aveva fatti 70. Il 10 ottobre, andò a Dresda per incontrare la cancelliera tedesca Angela Merkel. Lo accolse un piccolo comitato che sventolava dei cartelli, su uno si leggeva “assassino” in tedesco, lingua che Putin padroneggiava avendo esercitato nella Ddr il mestiere di spia per il Kgb, su un altro “gli assassini non sono più benvenuti qui”. Costretto a rispondere alle domande dei giornalisti e, forse, della stessa Merkel, un riluttante Putin disse, con il suo solito stile algido: “Quella giornalista era indubbiamente una critica severa dell’attuale governo della Russia. Ma penso che i giornalisti sappiano che la sua influenza politica nel paese era pressoché insignificante. Era conosciuta nell’ambiente dei giornalisti, fra gli attivisti per i diritti umani e in Occidente, ma la sua influenza in Russia era minima. L’omicidio di questa persona, l’omicidio a sangue freddo di una donna e di una madre, è di per se stesso un attacco al nostro Paese. Questo assassinio provoca molto più danno alla Russia e al suo attuale governo, e all’attuale governo della Cecenia, di tutti i suoi articoli”.
C’era tanto disprezzo nei confronti dei giornalisti, in quella dichiarazione. Il giornalismo d’inchiesta era per lui davvero insignificante? E allora perché centinaia di giornalisti e cronisti erano stati ammazzati? E perché Aleksandr Litvinenko, “gola profonda” di Anna, il primo novembre del 2006, manifestò i dolori insopportabili di un misterioso avvelenamento, che poi si scoprì essere dal polonio 210, prodotto solo in pochissimi laboratori militari russi? Produzione ed export sono rigorosamente controllati dall’autorità nucleare federale, ci vuole una deroga – un permesso dal vertice – per disporre di tale sostanza. Litvinenko è stato ucciso su consenso del Cremlino, così è il risultato di un’accurata inchiesta britannica.
Oggi a molti ricordare la brutale esecuzione di Anna Politkovskaja – altro non è stato – reca fastidio, e qualche imbarazzo. Sono trascorsi vent’anni, da allora. Putin è sempre più arroccato nella sua presidenza quasi a vita, la sua Russia è un paese nel quale il dissenso è criminalizzato, i diritti umani sospesi, la propaganda comincia dagli abbecedari, la guerra con l’Ucraina è tabù, l’Occidente e l’Europa i nemici, l’economia è sottoposta a scrolloni ormai insopportabili per via del conflitto con Kiev, le ultime elezioni hanno confermato la maggioranza al partito putiniano Russia Unita (57,31 per cento) blindando la Duma, il Parlamento. Anna aveva predetto questa deriva: attenzione, è assai facile lasciare insediare un dittatore che destituirlo. Putin, con implacabile coerenza, costruisce la sua dirompente Russia di cui lui è profeta ed esegeta lungo la rotta tracciata dagli zar e dall’Unione Sovietica, perché sia Grande Potenza.
Quanto alla morte non accidentale di Anna, per usare un amaro eufemismo, “qualcuno si chiese se la data del 7 ottobre fosse stata scelta apposta per far ricadere tutti i sospetti sul Cremlino”, ipotizza Philip Short, autore del pregevole ed imponente saggio Putin, una vita, il suo tempo (Marsilio, 2022), “per creare un’ondata di sentimento antirusso nel mondo” (Short riporta una frase dello stesso Putin). In realtà, spiega Short, potrebbe essere stato Ramzan Kadyrov ad offrire quale regalo di compleanno la morte della Politkovsakja, così insopportabilmente precisa nelle sue accuse, “in Cecenia gesti di questo tipo venivano immediatamente riconosciuti per quello che sono. Naturalmente non esisteva alcuna prova che l’omicidio fosse stato organizzato dagli uomini di Kadyrov: in Russia non se ne trovano mai. Ma, come avrebbe detto uno dei suoi fedelissimi, ‘se si fosse mossa con più cautela, sarebbe ancora viva’” (dal New York Times, 27 dicembre 2010, nda.).
La cronaca, tuttavia, registra che Putin si adoperò moltissimo per scacciare ogni sospetto dal suo protegé Kadyrov: per lui gli articoli della Politkovskaja potevano aver provocato senz’altro “un certo malcontento, ma non riesco davvero a immaginare che qualcuno tra le autorità possa essersi spinto così in là da organizzare un crimine tanto orribile”. Tradotto dal pragmatico cinicese del presidente russo: è più importante mantenere il controllo della Cecenia che arrivare ad individuare i mandanti dell’omicidio di una giornalista ficcanaso. Il giudizio di Short è altrettanto ruvido: la responsabilità di Putin in un certo qual modo è passiva, ma anche morale. Per chi vede oggi Putin come l’alfiere del conflitto contro i valori democratici, contro l’Ue, e contro la Nato, questo anniversario è quindi non solo imbarazzante, da “il re è nudo”, ma da obliare. E tuttavia la memoria non si può cancellare.
Rubo a Marija Stepanova (“Memoria della Memoria”, Bompiani, 2020) la forza che si raccoglie attingendo all’infinita biblioteca dei ricordi che il tempo non distrugge, nonostante gli sforzi di chi crede che lo si possa fare. Anna è nella nostra memoria: pretende giustizia, libertà e verità. Ovunque.