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Parigi, la protesta dei liceali diventa rivolta sociale: “La ricchezza va condivisa. I soldi prendeteli a chi li ha” – Le storie e i cartelli dal corteo

Dagli studenti di 15 anni agli infermieri, dagli insegnanti ai pensionati: la mobilitazione partita dalle scuole ha trascinato in strada intere generazioni: il racconto dal corteo nella Capitale
Parigi, la protesta dei liceali diventa rivolta sociale: “La ricchezza va condivisa. I soldi prendeteli a chi li ha” – Le storie e i cartelli dal corteo
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Quando è passata un’ora dall’inizio del corteo, in place de la République a Parigi ancora non ci si muove. “Siamo troppi”, dice un ragazzo mentre sventola un cartello con la scritta “Tax the rich”. Studenti, lavoratori, sindacalisti, precari: le persone si appoggiano le une sulle altre e cercano di avanzare. Boulevard Voltaire esplode di corpi: non si passa né da un lato né dall’altro. “È un buon segno”, interviene una signora con la pettorina della sigla Cgt. “Siamo tantissimi e non sanno dove farci passare”. Dicono di essere oltre un milione ad aver sfilato in tutto il Paese, almeno 350mila solo nella Capitale. Il movimento spinto dai liceali di appena 15 e 16 anni è diventato qualcos’altro: ha preso le strade e ricordato a tutti che devono e possono chiedere di più. Dopo settimane di repressione durissima, sfilare in corteo ha ancora un altro significato. Nella folla si fa strada Marise, 77 anni. Sulla schiena si è attaccata un foglio con un appello: “Organizziamo uno sciopero che duri”: “Siamo qui perché crediamo a dei giorni migliori”, dice. “Crediamo soprattutto alla lucidità dei giovani. Abbiamo fiducia in loro e li ringraziamo. Sono molto intelligenti perché hanno capito che abbiamo già iniziato la sopravvivenza su questo pianeta”.

Tutto è partito per chiedere scuole dignitose e un numero adeguato di professori. Uno scatto di chi non ci sta ad accettare che le cose vadano avanti per inerzia e che ha saputo trascinare tantissimi altri. Così le richieste si sono allargate: salari giusti, servizi pubblici all’altezza delle richieste e aiuto a chi è più fragile. Amina tiene un cartellone che dice: “La ricchezza va condivisa”. “Tutti contribuiscono a questa ricchezza che solo una parte della popolazione detiene”, spiega la ragazza che ha 26 anni e fa l’insegnante di scuola primaria. “Dicono che non hanno soldi perché non vogliono prenderli a chi li ha. I miliardari pagano meno tasse rispetto al resto della popolazione, non è normale. Il loro patrimonio aumenta, mentre l’inflazione colpisce tutti noi”. Interviene anche Roman: “Noi abitiamo in banlieue e la povertà la vediamo tutti i giorni”. Tra gli striscioni tesi tra gli alberi ce n’è uno che recita: “Chi ci deruba? I miliardari”.

La lotta ai privilegi di pochi mette d’accordo tutti. Anche il sindacato degli agricoltori: “Ci sono delle cose che il governo può fare”, dice Corinne, 65 anni. “Ci sono persone che stanno bene e altre che stanno molto molto molto male. Devono rendersi conto che quando le cose non vanno in basso, non va bene neanche per chi è in alto. I ricchi devono capire che siamo sullo stesso pianeta”. A sfilare anche tanti esponenti del mondo della sanità: “Tutto è aumentato, i nostri salari no”, raccontano Mathilde e Pauline, entrambe infermiere alle porte di Parigi. “E la situazione della sanità pubblica è più che critica. Abbiamo bisogno di soldi per poter curare le persone. Oggi prendiamo 2300 euro, quando per affittare una stanza ne servono almeno mille. Poi dobbiamo pagare le baby sitter se vogliamo andare a lavorare, per non parlare del costo della benzina”. Poco distante c’è un gruppo che lavora come personale negli ospedali: “Siamo qui per denunciare lo smantellamento della sanità pubblica”, dice François. “Vi faccio un esempio: noi abbiamo un servizio di pedopsichiatria e per arrivarci servono tre anni di lista d’attesa. Non ci sono i mezzi necessari per i bisogni della popolazione. È una politica che continua da anni: vogliono spingerci al privato e impoveriscono il pubblico”. E l’allarme non è solo dei sanitari. “Io non voglio che la Francia diventi gli Stati Uniti. Per me essere francese vuol dire avere servizi pubblici. Per questo siamo qui”, interviene Stef che di mestiere è regista. Per molti oggi, anche essere in sciopero è un privilegio: “Noi avremmo tanto voluto”, raccontano Lena, Agathe e Zoe. “Ma siamo grafiche e al momento non lavoriamo. Ci preoccupa il futuro perché serviranno governi che investano nel mondo della cultura, altrimenti non ce la faremo”. E se sono in strada è perché “come tutti non ne possiamo più”. In francese si dice “On en a gros” ed è uno dei cartelli più grandi che una ragazza si è trascinata per tutta la manifestazione.

Le difficoltà economiche pesano come macigni e si leggono in tutti i simboli della piazza. “Gros méchants”, ha scritto qualcuno sull’asfalto (letteralmente “cattivoni”). “Muori vecchio mondo”, dice il cartello di uno dei lavoratori. Sopra ci sono disegnati vari cuori. Ma la rabbia si respira in ogni frase: “I nostri sogni non entrano nelle vostre urne”. Ma anche: “I ratti teneteli all’Eliseo, non nei licei”. Poi c’è lo slogan che i giovanissimi usano per deridere la polizia dopo che, dicono, hanno intercettato un tentativo di inserirsi sotto copertura in una delle chat Snapchat usando frasi legate all’Islam: “Bismillah c’est le ténèbre”, diceva il messaggio (“Nel nome di dio sono le tenebre”). E ora è diventato uno degli slogan più usati: “Bismillah le tenebre è il Rassemblement National”. Ma anche “il 10 del mese”, quando arriva lo stipendio e non si sa più come pagare le spese. “Acab” uno degli slogan più pronunciati, usando l’acronimo contro la polizia. Ma anche “Bella ciao” e l’italianissimo “siamo tutti antifascisti” intonato a ripetizione. Tante anche le bandiere: quelle della Palestina a decine, ma anche qualche drappo francese. “Dobbiamo riappropriarcene”, dicono due ragazzi di origine thailandese e tunisina. “Questa è anche casa nostra”.

Le parole della piazza sono chiare. Resta da capire quale leader politico o partito riuscirà a interpretarle. A giudicare dall’accoglienza per Jean-Luc Mélenchon e le bandiere de la France Insoumise, in tanti hanno già scelto. Ma a sfilare con simboli riconoscibili ci sono anche il Partito comunista e gli Ecologisti. Il candidato alle presidenziali per i Socialisti Glucksman dice di essere stato costretto ad andarsene dal corteo. “Non lo vogliamo perché è di destra”, commentano i manifestanti. “Si fa spacciare per uno di sinistra. Uno come lui lo abbiamo già avuto ed era Macron”. La testa di tutti è già alle elezioni presidenziali di primavera e a Marine Le Pen in testa in tutte le intezioni di voto. Anche per questo, dicono, non intendono lasciare le strade. E non molleranno tanto facilmente.

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