“Parliamo del Covid-19. L’abbiamo avuto tutti. E io ho il Covid-19 proprio adesso. E sono qui a fare questo concerto per voi. Quindi, io sono qui, e voi non riuscite a mettere via quel cazzo di telefono, teste di cazzo?”. L’insulto arriva inequivocabile e minatorio già alla seconda canzone della scaletta. Il bersaglio di Brian Molko, leader dei Placebo, è la platea del Forum di Assago di Milano, colpevole di aver sollevato gli smartphone per riprendere l’esibizione. Senza ricorrere alle custodie sigillate fisicamente imposte da artisti come Bob Dylan, il risultato ottenuto dal frontman è stato identico: da quel momento, e per la successiva ora e mezza di concerto, nessun telefono si è più alzato in aria.
Prima dell’inizio del live, un video e appositi cartelli avevano invitato esplicitamente il pubblico a non filmare l’evento. Nel messaggio pre-registrato, la voce dello stesso Molko spiegava dettagliatamente le ragioni del divieto: “Vorremmo incoraggiarvi a essere qui nell’adesso, in questo momento presente, fugace e temporaneo. È unico e non accadrà mai più”. L’obiettivo dichiarato era non ostacolare la visuale altrui per “creare connessione, comunione, euforia e trascendenza“. All’ingresso della band sulle note di “Pure Morning”, tuttavia, il parterre si è ugualmente riempito di telefoni sollevati. Il frontman è rimasto in silenzio fino al termine della quarta canzone, “Teenage Angst”. Poi, prima di attaccare “Bionic”, ha preso la parola. Dopo un breve saluto in italiano, è passato all’inglese, usando l’ironia prima dell’affondo: “Vorremmo ringraziarvi tutti, be’, quasi tutti, per aver messo via i vostri telefoni. Perché nel 1996 non avevamo i cellulari”. Da lì, la rivelazione sulle proprie condizioni cliniche e l’invettiva finale, pronunciata da un artista noto per le intemperanze verbali (comportamento che gli è costato recentemente una querela per diffamazione da parte della premier Giorgia Meloni, a seguito degli insulti pronunciati dal palco durante un concerto a Torino).
Risolta la questione tecnologica in modo sfrontato e diretto, la band si è concentrata esclusivamente sulla celebrazione dei propri trent’anni di attività. I Placebo hanno messo in scena uno spettacolo solido e rigoroso, guidato dalla vocalità metallica di Molko e dal tiro potente e dritto delle chitarre. Il repertorio ha ripercorso le tematiche e le inquietudini della generazione degli anni Novanta: dall’incomunicabilità di “You Don’t Care About Us” al sesso meccanizzato di “Bionic“, passando per le frustrazioni di “Teenage” e il pessimismo di “36 degrees”. L’esibizione milanese si è chiusa in modo corale con i successi “Every me and every you” e la celebre cover “Running up that hill”.