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“Se non fermeremo le emissioni sarà caos climatico”: il nuovo libro di Luca Mercalli sfata le fake news meteorologiche

Dall'ultima glaciazione al riscaldamento globale: lo scienziato ricostruisce la storia d'Italia attraverso eventi atmosferici e ondate di caldo. E conferma che "si stava meglio quando si stava peggio"
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“Il clima recente veramente sano? È stato forse solo quello della Belle Époque, cioè quello della prima metà del Novecento: fino ad allora, la storia italiana è stata caratterizzata da alluvioni, freddo intenso, siccità, bastava mezzo grado di temperatura per causare eventi estremi con forte impatto sulla società, anche perché non esistevano la tecnologie e i trasporti globali. Dopo la Seconda guerra mondiale, invece, si può dire che è iniziato l’Antropocene”. Luca Mercalli, climatologo, divulgatore scientifico, presidente della Società Meteorologica Italiana, ha appena dato alle stampe il suo Breve storia del clima in Italia. Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale (Einaudi). Uno studio durato alcuni anni in cui Mercalli ha lavorato, intrecciandoli e confrontandoli, da un lato “gli archivi culturali – le tracce che ci sono rimaste nelle opere più varie della letteratura, esplicite ma non sempre vere (l’annalistica, le cronache storiche, i documenti notarili che riportavano di come la popolazione fosse esonerata dal pagare le tasse dopo un alluvione); dall’altro, i dati di tipo biogeochimico: i pollini fossili, gli anelli di accrescimento degli alberi, le variazioni dei ghiacciai, i sedimenti lacustri, le torbiere, le grotte, le stalattiti”. Questi ultimi, spiega il climatologo, “sono tutti elementi che presentano incertezze interpretative: ma se si ha la fortuna di avere una citazione storica, cioè una conferma diretta allora la datazione può essere sicura. E l’Italia è un ambiente ricchissimo di entrambi i tipi di testimonianze, naturali e storiche, eppure ancora purtroppo non esiste una scuola che coordina le testimonianze, come invece in Svizzera e altri paesi”.

Perché si fa così fatica a intrecciare dati storici e scientifici e perché il clima è così ancora scarsamente presente nei libri di storia?
Per molto tempo, nell’Ottocento e nel Novecento, si vedeva il clima in modo deterministico, una visione che sfociava nel razzismo (ad esempio gli africani sarebbero stati indolenti e senza sviluppo culturale a causa del clima caldo). Per cancellare questa visione scorretta si è fatto però l’errore opposto, pensare che il clima non incidesse nel corso della storia. Ora siamo di fronte a una nuova stagione di riavvicinamento tra ciò che la storia ci ha consegnato e la ricostruzione del clima con metodi quantitativi.

Leggendo il libro ogni tanto si pensa, per dirla con una battuta: “Si stava peggio quando si stava meglio”. Perché lungi dall’essere un clima perfetto, quello mediterraneo è stato, come lei spiega, instabile e segnato da eventi estremi?
Il punto è che gli eventi climatici estremi causavano danni ancor più estremi, ad esempio una carestia, perché si viveva localmente, non arrivavano i cargo dal Canada con il grano. Ma la differenza tra gli eventi che hanno costellato il passato e oggi è che erano prevalentemente orientati sul freddo. Quasi mai vediamo una popolazione italica che si lamenta del caldo, mentre oggi andiamo incontro a un clima nuovo, mai sperimentato. Un’altra considerazione da fare è la seguente: se già piccole variazioni sono state in grado, nel passato, di condizionare l’economia e la società, cosa succederà in futuro? Oggi siamo al cospetto di una variazione rapida in un solo secolo di un’entità fino a cinque volte superiore.

Nel libro si impara che il clima del passato fu influenzato soprattutto dall’attività solare e dall’eruzione dei vulcani (che generano raffreddamento) oltre che dalla circolazione delle correnti oceaniche. Ma questi elementi non esistono anche oggi?
Sì, ma incidono in modo casuale. È vero che oggi la geoingegneria propone di iniettare artificialmente dello zolfo in atmosfera per raffreddarla ma, appunto, sarebbe un effetto temporaneo. Prima si era in presenza di eventi climatici locali e disomogenei, ora invece il riscaldamento globale interessa tutto il Pianeta ed è causato da fattori umani mentre quelli naturali sono silenti.

Può sintetizzarci com’è stato il clima italiano fino all’epoca romana?
È un periodo lunghissimo in cui l’Italia era abitata da tribù di homo sapiens che hanno visto una geografia opposta e completamente diversa da oggi: 24mila anni fa i mari erano 125 metri più bassi e si andava a piedi da Ancona alla Croazia; finita la glaciazione per motivi astronomici, nel giro di alcuni millenni i ghiacciai sono scomparsi e il mare si è alzato di 125 metri. Poi ci sono varie fasi in cui abbiamo piccoli cambiamenti, siccità o ritorni di freddo che incidono sullo sviluppo dei villaggi dell’età del bronzo. Tutto cambia con l’impero romano, che è un momento di clima mite e favorevole: ma non tanto per il caldo, ma per la pioggia. Pioveva in modo regolare, anche in estate, e questo permetteva degli ottimi raccolti. Ecco perché parliamo di “Optimum climatico romano”, che non vuol dire che sulle montagne non fosse freddo, e infatti il mito di Annibale che attraversa le Alpi senza neve è una bufala, le fonti storiche dicono chiaramente che soldati ed elefanti scivolavano sulla neve!

E poi dal 500 inizia la cosiddetta piccola età glaciale della tarda antichità, che arriva fino al 1800. Lei la descrive come un periodo molto duro.
Sì, forse il più duro di sempre: nel 536 ci fu una sequenza di estati pessime causate da eruzioni vulcaniche, i raccolti falliscono, le alluvioni si fanno incalzanti, la Modena romana viene sepolta sotto sei metri di fango. Questo periodo coincide con le invasioni barbariche, anch’esse dovute al peggioramento del clima nelle steppe. Il periodo resta tetro fino all’epoca carolingia, quando c’è un nuovo periodo mite di circa 2-300 anni. Questo non vuol dire, come sostengono alcuni, che si coltivavano banane, era solo un po’ meno freddo. Poi però comincia un nuovo deterioramento del clima, in particolare dal 1257, quando c’è la più colossale esplosione vulcanica della storia, quella del vulcano Samalas in Indonesia. Ma questo l’abbiamo scoperto solo nel 2013, la popolazione italiana invece percepiva solo cieli opachi e freddo in aumento. Fino alla fine del 1800, pur con alti e bassi, la Piccola Età Glaciale condiziona pesantemente l’economia italiana ed europea. Nel frattempo, tra il 1600 e il 1700, si cominciano proprio in Italia ad inventare i primi strumenti meteorologici come il termometro e il pluviometro.

E arriviamo al clima “giusto”, sano: il primo Novecento.
Alla fine dell’Ottocento si chiude dopo sei secoli la piccola età glaciale, guarisce la patologia del troppo freddo e sì, nella prima metà del Novecento si può dire che il clima fosse in uno stato di salute ottimale. Invece già dagli anni Trenta e Quaranta abbiamo le prime avvisaglie di cambiamento verso il caldo, ma siamo ancora dentro una guerra mondiale. Il vero trend in crescita si sviluppa dalla fine degli anni Ottanta, quando proprio dopo la nevicata del 1985, entriamo nella nuova patologia del troppo caldo. Gli eventi estremi di oggi hanno cause completamente diverse, cioè la maggiore energia disponibile in atmosfera a causa del riscaldamento globale dovuto alle emissioni di anidride carbonica da combustibili fossili. Nell’agosto 2021 a Siracusa si toccano 48,8 gradi, il record italiano ed europeo di sempre.

In conclusione, questo libro servirà a smentire i negazionisti?
Non lo so, ma sicuramente ho cercato di mettere a posto le informazioni che abbiamo in maniera rigorosa, senza lasciare spazio alle “chiacchiere da bar”. La climatologia si costruisce con dati quantitativi, attraverso i quali possiamo confrontare le alluvioni del passato con quelle di oggi: quando si verificano quattro alluvioni in un anno e mezzo solo in Romagna, ebbene questa, purtroppo, è una cosa del tutto nuova. E, se non fermeremo le emissioni, questo sarà appena l’inizio di un caos climatico che cambierà la faccia del Belpaese.

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