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È ora che Calenda esca dell’ambiguità di questo centro che vira sempre più a destra

Le precedenti gesta hanno sempre identificato Azione come la stampella alternata della maggioranza
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di Giovanni M

A breve, molti dei consigli regionali saranno prossimi al voto. Campania, Marche, Toscana, Puglia, Veneto e Valle d’Aosta vedranno rivoluzioni in un’era in cui tutto è messo in discussione (candidati compresi). Elezioni che faranno da ago della bilancia per gli attuali attori dell’arco costituzionale. Da un parte, potrebbe esserci lo smacco del centrodestra in regioni da tempo governate dal centrosinistra, dall’altra un’ulteriore conferma di scenario a firma di un centrosinistra sempre più azzoppato.

Tutto questo si gioca sullo sfondo di una maggioranza di governo “scricchiolante” in cui il capo del principale azionista di governo, Giorgia Meloni, deve fare da paciere tra gli altri due partiti alleati i quali, in questi ultimi giorni, sono protagonisti di duelli mediatici che fanno riemergere un’antica spaccatura.

Le decisioni del Ministro degli Esteri sono poco digerite dal vicepremier Salvini che, a sua volta, ha un bel po’ di problemi sul consenso: il suo elettorato di base che da qualche anno si sente abbandonato sul progetto delle autonomie locali e l’incognita del candidato di una delle regioni cardine che vede il fine mandato di uno dei leader più importanti del partito ex-padano, Luca Zaia.

A livello nazionale la premier dorme sonni tranquilli. L’ultimo sondaggio di SWG per La7 – seppur in lieve flessione – dà Fratelli d’Italia in testa, intorno al 30%. A sorpresa, però, salgono gli alleati FI e LSP contestualmente dello 0,2 e 0,4%. Al contempo si apre un nuovo scenario durante il summit di Azione, partito di Carlo Calenda, il quale, dopo un periodo di calma apparente, è tornato sul piede di guerra su molti temi tra cui il motto che l’ha sempre contraddistinto “io sono io e voi…” dimostrato più volte durante i vari talk. Caratteristica che, pur essendo l’ex ministro dello Sviluppo economico una persona di acuta intelligenza, l’ha sempre reso poco amabile al pubblico. Non solo una posizione di percezione di pubblico, ma anche per i continui cambi di pelle che il partito di denominazione mazziniana ha subito. Dall’uscita, e all’immediato ritorno alle origini, di molti esponenti forzisti: Mara Carfagna, Maria Stella Gelmini, Letizia Moratti – le quali non si identificavano più con questa maggioranza troppo “estremista”- ed Enrico Costa da una parte. Dall’altra, invece, citiamo la famosa alleanza del terzo (o meglio, sesto) polo con Matteo Renzi che si sapeva sin dall’inizio come sarebbe andata a finire.

Dopo la rottura del polo, però, le carte sembrano mescolarsi. Se da un parte Matteo Renzi è stato folgorato sulla via del Nazareno – e quindi, anche qui , un ritorno alle origini – Carlo Calenda sembra aver avuto una visione futura, quasi perversa, che sposta il suo famoso centro a Est verso le braccia del primo partito di maggioranza. E lo fa durante la kermesse di partito in corso in cui la presenza era a maggioranza centrodestra, qualche pezzo di anima ex renziana fino all’ospitata dell’ex Primo Ministro Monti.

Nel sottobosco di via Palermo, si creano sponde con Donzelli su possibili coalizioni regionali (tra cui quella già ipotizzata nelle Marche suggellata da un possibile sostegno al candidato uscente Acquaroli sempre FdI). Non che sia una sorpresa da parte del leader mazziniano. Le precedenti gesta hanno sempre identificato Azione come la stampella alternata della maggioranza e la conferma arriva dalle sue dichiarazioni al summit: dal voler democraticamente “cancellare” i 5 stelle e “populisti”, al pieno sostegno del ReArm Europe, temi tanto cari e condivisi dalla premier.

In un quadro nazionale in cui la stessa Meloni è sempre più stanca del suo oppositore interno Matteo, questi appoggi regionali metterebbero in lizza Azione come prossimo ingresso in maggioranza in caso di crisi di governo (senza dimenticare l’idea del buon Carlo di un Gentiloni come premier, cosa che la premier gradirà di sicuro). È tempo per il leader repubblicano di uscire dell’ambiguità di questo “centro” che vira sempre più a destra.

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