“Scrivo anche per far pace con i ricordi più dolorosi”

Un incidente, grave. Investita da un motorino mentre era sulle strisce. Fratture esposte. Ferma per mesi, lei che ferma non sta mai. E così, Maria Concetta Pucci Romano, dermatologa celeberrima, ha tradotto quel dolore, quello stop, in un romanzo, La soluzione (edizione Aliberti), in cui s’intrecciano storie di donne, storie di una realtà ancestrale, arcaica eppure non lontana da oggi. Dove solidarietà fa rima con egoismo, sesso con libertà, religione con superstizione e progresso con fuga. Dove il matrimonio è la soluzione e il problema. I figli, uguale. I rapporti, peggio. Il tutto regge su un equilibrio in apparenza sottile, in realtà strutturato e ancorato alla solidità profonda di chi ancora siamo.
L’origine.
Nasce dal dolore alla gamba, dal desiderio di non perdere tempo e dalla testa che rifletteva.
Cosa rifletteva?
Ricordavo, ricostruivo. Poi un giorno ho ripensato alla storia di una mia paziente con una figlia affetta dalla Sindrome di Down e alla sua angoscia di vivere più a lungo possibile per non lasciarla sola. Da qui sono partita.
Spesso il primo romanzo è molto autobiografico.
Mentre scrivevo ho capito che dovevo tirare fuori il mio vissuto, anche gli aspetti più dolorosi, più intimi: quelli che mi hanno segnata.
Per essere chiari.
Sono cresciuta in una realtà sotto certi aspetti medioevale; (ci pensa) nel romanzo c’è un personaggio, “Sbiancata”, che curava le malattie e scioglieva le fatture con le preghiere. Quel personaggio ha fatto parte della mia vita.
Come?
Mio padre era un uomo di cultura, ma non resisteva agli echi della superstizione, delle magie: se stavi male, oltre al medico, arrivava lei.
E…?
Quando ho preso gli orecchioni lei mi ha segnato la testa con pennino e inchiostro: sono andata a scuola così, con la raccomandazione di non lavarmi.
Si è vergognata?
Tanto e no: era consuetudine.
La scrittura è pure catarsi.
Ne ho sentito il bisogno e il mio timore era quello di far conciliare la storia con i miei ricordi.
Nel libro con chi si è immedesimata?
In parte con Adelina per la voglia di salvarsi, di fuggire. Anche io non trovo pace; (ci pensa) l’essere cresciuta in un ambiente così fosco ha condizionato tutta la mia vita, per questo mi sono sposata a 19 anni con il mio primo marito.
Quanti matrimoni?
Tre; (cambia tono) e c’è chi dice che non credo nel matrimonio.
Lei a 19 anni.
Era più grande di me e viveva a Roma, non mi è parso vero: da mogliettina ho continuato a studiare; la sera, a letto, lui leggeva la Divina commedia, io L’Intrepido.
Secondo marito.
Il padre di mia figlia, un uomo in vista.
Alberto Castagna.
Ancora mi condiziona.
Per cosa?
Ancora sono la moglie di…, eppure è durata poco; il mio terzo marito, morto da qualche anno, ci rideva sopra.
A Castagna è stata vicina negli ultimi giorni di vita.
Sono orgogliosa perché eravamo una famiglia allargata: i due mariti andavano d’accordo.
Quando scriveva, a quale dei tre mariti ha pensato?
(Stupita) A nessuno dei tre, mi hanno rotto le scatole: devo stare da sola.
Perché?
Ho sacrificato parte di me ai sentimenti.
È un romanzo femminile.
Sì, ma non vuol dire solidale: spesso le donne non lo sono.
Non c’è il personaggio “buono”, c’è ovunque del torbido.
La vita è così, specie in un contesto poco emancipato.
Oltre al matrimonio, come si è emancipata?
Grazie allo studio; (pausa) ho un’immagine di me ragazzina: io che vado a scuola con la gonna sopra alle ginocchia, la professoressa lo intuisce, apre il grembiule e scuce l’orlo. Per il paese quella gonna era da ragazza dubbia.
Sembra una moderna novella di Boccaccio.
Pure per il sesso.
Che c’è, molto.
In quelle realtà è una forma di libertà, di fuga: chiudi la camera e ti sfoghi; (resta in silenzio) nel sesso ci sono pure il pregiudizio e la sopraffazione, come nel caso del ragazzo omosessuale (è una storia nella storia, che non raccontiamo).
Si è commossa nello scriverlo?
No, più che altro mi sono sentita sopraffatta dai personaggi. E ho fatto una pausa.
L’incidente ha dato dei frutti.
Quel periodo è ormai solo legato al mio romanzo.