Transilvania, i Dracula degli orsi
Reportage

Transilvania, i Dracula degli orsi

In Romania faide, politica, affari e turismo sulla pelle dei grandi mammiferi

di Michela A.G. Iaccarino

Lo spazio angusto e circolare che percorre ogni giorno è di pochi metri: oltre, non si spinge. È rimasta legata a una catena immaginaria, anche se quella reale, da anni, non c’è più intorno alla zampa che trascina. Così gira intorno allo stesso albero dall’alba al tramonto e nelle pupille ha solo angoscia e tormento. È una delle orse del santuario Libearty (crasi delle parole orso e libertà, in inglese) che a Zarnesti, Transilvania, accoglie plantigradi incapaci di tornare a vivere nella natura selvaggia dopo decenni di abusi. Avvelenati o mutilati per diventare docili ballerini o attori da circo, i predatori sono stati spesso costretti, a queste latitudini, a diventare clown grotteschi, marionette pelose da fiera, con le fauci segate dal filo spinato per le foto a pagamento dei turisti. Di orsanti – ovvero di coloro che mettono gli orsi in catene per mostrarli come fenomeni da baraccone -«non se ne vedono più in giro, ma non vuol dire che sono spariti» dice Paola, una delle volontarie della riserva.

Nella riserva “Libearty” (orso e libertà) sono ospitati 130 animali salvati da torture e avvelenamenti

gabbie di salvataggio

Qui, tra le ultime foreste vergini d’Europa, tra i villaggi dei contadini coi calessi e i cavalli in cortile, Cristina Lapis ha fondato il santuario dove oggi vivono 130 orsi salvati da torture e abbattimenti. Non ci sono solo plantigradi rumeni: «Arrivano da Daghestan, Albania, Armenia, Texas, ci sono anche rifugiati, salvati dalle bombe in Ucraina» racconta la filantropa che nella sua prima vita faceva la giornalista. Il suo secondo destino, dice Cristina, l’ha incontrato una decina d’anni fa negli occhi di Maya, un’orsa tenuta in una gabbia minuscola da un ristoratore, che continuava a divorare se stessa nel tentativo di uccidersi. Rifiutava cibo come un prigioniero che in cella comincia lo sciopero della fame. E ha continuato a digiunare anche quando le sbarre intorno a lei non c’erano più: nella sua testa erano rimaste insieme all’infelicità che, con l’inedia, l’ha poi ammazzata di stenti.

Molti turisti arrivano in Transilvania solo per immortalare i mammiferi che vivono liberi tra i boschi, sperando poi di esibire le immagini sui social. Il tour vieni-a-vedere-l’orso fa parte delle redditizie attività delle comunità del posto, formate da locali non felici di rispondere alle domande sulle trappole di carne: se gli orsi negli ultimi anni hanno cominciato ad avvicinarsi e attaccare i centri abitati è pure per il foraggiamento che queste guide disseminano nei dintorni. Esche per attirarli, drogarli e mostrarli come pupazzi agli stranieri giunti in low cost. «Tutti vogliono costruire nella foresta: spuntano alberghi, case, piste sciistiche, percorsi per passeggiate; l’orso selvaggio disturba il commercio» tuona Cristina. «Rubano a questi animali la casa (gli alberi tra i quali vivono), i cacciatori uccidono il loro cibo (la selvaggina di cui si nutrono), e poi dicono: l’orso si avvicina, è pericoloso. No, è l’uomo a essere pericoloso».

Sono prede due volte: di chi li sfrutta per un circo low cost e di chi li vuole fuori dai boschi per fare hotel

In Romania negli ultimi vent’anni sono stati 26 i morti e 300 i feriti da zampate e morsi di questi carnivori, ma molti più numerosi sono stati gli scontri tra i pastori e ambientalisti: per i primi gli orsi sono minacce da abbattere, per i secondi tesoro da tutelare a ogni costo. Sulla questione già polarizzata continuano a soffiare le autorità rumene, che raddoppiano le quote per gli abbattimenti di anno in anno. Esiste una legge che dal 2016 vieta in modo assoluto la caccia in Romania, ma esiste pure il salvacondotto: gli orsi si possono ammazzare se “confidenti”, ovvero se ritenuti pericolosi. E chi sa trovare l’escamotage più efficace per le pallottole, può fare della pelle dell’orso il suo manifesto elettorale.

Anche gli alberi sono sotto attacco: la mafia del legno ha fatto sparire 300 mila ettari di foresta rumena

voti, soldi e bracconieri

L’ex ministro dell’Ambiente Barna Tanczos, che arringava gli agricoltori contro gli animalisti che vogliono rendere la Romania “lo zoo d’Europa”, è oggi senatore dell’Unione democratica ungherese (una grande minoranza magiara è presente nel Paese). Nel 2023 ha portato tra gli scranni del Parlamento di Bucarest un disegno di legge che consente “abbattimenti controllati” per “ridurre i rischi per gli uomini”, una mossa per fare incetta di voti nelle zone rurali, dove ci sono anche le più grandi associazioni di cacciatori. Gli abbattimenti di orsi sono ora ammessi anche quando viene dichiarata l’emergenza sovrappopolamento, basata però su stime ipotetiche,

Per le autorità gli esemplari presenti sul territorio nazionale sarebbero 8 mila, ma «nessuno sa quanti orsi ci siano nelle foreste, è impossibile contarli, è un alibi per uccidere», asserisce Cristina. Più che ambientale, il conflitto uomo-orso in Romania è una questione politica e commerciale. Questi animali fruttano soldi, e tanti, ai bracconieri che promettono a benestanti stranieri in arrivo in Transilvania indimenticabili battute di caccia. Attirati con trappole di cibo e veleno, gli orsi vengono poi messi in posa sotto i mirini dei cacciatori dilettanti: una farsa per cui pagano decine e decine di migliaia di euro. È morto così uno dei giganti delle foreste rumene, l’orso Arthur, ammazzato da un reale del Liechtenstein: dopo lo scandalo nazionale e un’inchiesta giudiziaria, però, il business è ricominciato come prima.

Qui attendevano anche JJ4, “processata” per la morte di Andrea Papi in Trentino. Ma non se n’è fatto niente

Orsi-souvenir, orsi-trofeo: decine stanno impagliati nei musei della caccia che costellano le rotte aperte ai turisti nelle foreste ex sovietiche, dove i legittimi residenti della macchia verde però continuano a ululare e rugliare ogni notte, tra alberghi e musei kitsch dedicati a Dracula, personaggio nato dalla fantasia di un irlandese che in Transilvania non c’è mai stato. Mentre scali i Carpazi, perdi il conto degli alberi mozzati alla radice: sembrano indici arrabbiati puntati contro il cielo. Nelle decine di anelli che si allargano all’interno del tronco tagliato, si leggono la storia eccezionale delle foreste vergini rumene e insieme le conseguenze della corruzione politica che da Bucarest arriva fino al cuore di questi boschi selvaggi.

Ufficialmente dichiarati in zona protetta, dunque intoccabili, questi alberi che raggiungono le nuvole vengono divorati da quella che qui chiamano mafia lemnului. La mafia del legno fa finire sul mercato alberi che appartengono a un ecosistema che non esiste più in nessun luogo dell’Unione europea. Secondo le ultime stime disponibili dai dati satellitari (risalgono a un paio d’anni fa), oltre 300 mila ettari di foresta rumena sono spariti così.

le lobby pagano i partiti

Il mercato (legale) del legno dà lavoro ad almeno 150 mila persone nel Paese e genera profitti per due miliardi di euro l’anno: la metà (anche se è impossibile calcolarla nel dettaglio) invece la fruttano i carichi di legno illegale. «Dieci anni fa andava molto peggio: ora esiste un sistema di tracciamento che ha colmato gravi vuoti legislativi e la caotica gestione delle foreste» racconta Laura Bouriaud, che all’università di Suceava occupa la cattedra di Scienze di diritto forestale. È tra le maggiori esperte del disboscamento incontrollato e del traffico illegale. «Industrie e lobby del legno finanziavano le campagne elettorale dei politici corrotti, è dal 2014 che le cose hanno cominciato a cambiare» racconta.

Oggi la Romania ha tra i più sofisticati sistemi digitali di tracciabilità del legname, il Sumal, che però rimane ancora troppo facile da raggirare, perfino il ministero dell’Ambiente è stato costretto ad ammetterlo. Falsificare i dati di un carico è semplice: «Dal momento in cui un albero è stato ridotto in ciocchi, risulta praticamente impossibile dimostrarne la provenienza. All’uscita dalla foresta, quello è il punto da cui l’evasione inizia». Per ogni metro cubo venduto legalmente non possiamo immaginare, afferma l’accademica, quanti metri di legno siano smerciati illegalmente o confusi in carichi di origine legale.

Nel mondo, secondo l’Interpol, il mercato nero del legno regala intorno a 152 miliardi di dollari di profitto alla criminalità. Tra questi tronchi rumeni non c’è solo il sangue degli orsi o delle loro vittime, ma pure quello dei ranger della forestale che hanno provato a fermare la mafia dei boschi: sei sono stati ammazzati, quasi nessuno è stato indagato, nessun omicida o mandante è stato assicurato alle autorità. Oggi i rumeni si sono stancati di lottare contro la corruzione endemica che attanaglia il Paese: dopo le proteste del 2016, le più partecipate dal 1989, «tra le persone la fiamma si è spenta, ma si è accesa quella della battaglia ambientale» assicura Bouriaud. Per lei la vera catastrofe ecologica in corso è la “burocratizzazione” della foresta e la tendenza a ricavarne profitto: «Oggi a Bucarest vogliono solo timbrare piani, non sanno cosa siano gli standard di biodiversità. Questi alberi sono stati tagliati per la prima volta nell’ultimo secolo: non sappiamo cosa diventeranno dopo la prossima rotazione».

Più la foresta si assottiglia più gli orsi si avvicinano ai villaggi, guidati dal loro stomaco vuoto. Invece di finire impallinati, alcuni sono stati accolti a Libearty, dove per un anno hanno atteso anche l’orsa JJ4, finita, nel Trentino guidato dal leghista Maurizio Fugatti, in un kafkiano e contorto procedimento giudiziario dopo l’aggressione mortale ad Andrea Papi, il 26enne ucciso mentre correva in Val di Sole. Dal 2023 è rimasta segregata al Casteller, «struttura inadeguata alla detenzione dei plantigradi: Jj4 è diventata una specie di trofeo, tenuta prigioniera per accanimento e rivalsa» commenta Massimo Vitturi della Lav (Lega anti-vivisezione), che ha combattuto per evitarne l’abbattimento.

Il cavillo “sicurezza”

A maggio, a ridosso delle elezioni europee, è arrivata l’imprevista decisione delle autorità che ne hanno ordinato il trasferimento nella Foresta Nera tedesca: nessuna spiegazione sul perché non raggiungerà la Transilvania. In Trentino sembrano perseguire una politica “zero orsi”, ma poi pubblicizzano la natura selvaggia per questioni di marketing, nota Vitturi. «La politica non vuole procedere in direzione della convivenza, crea fazioni pro e contro gli orsi. Manca la percezione del cambiamento ambientale, il turismo è ancora basato su vecchi sistemi: per esempio, si costruiscono nuove piste da sci, anche se la neve manca». Con la liberazione di Jj4, il problema è risolto, «ma solo fino al prossimo orso».

Nell’Unione europea non va meglio, anzi. La Romania, insieme a Finlandia e Slovenia (dove vengono abbattuti centinaia di orsi l’anno) da aprile ha cominciato a fare pressione su Bruxelles per aggirare la direttiva Habitat del 1992, pietra miliare che tutela la biodiversità e vieta qualsiasi forma di cattura o uccisione deliberata di esemplari di grandi carnivori (come lupi ed orsi). Vogliono ottenere concessioni per gli abbattimenti selettivi facendo leva sul cavillo che parla di “tutela della sicurezza pubblica”. Presto, è convinto Vitturi, scoccherà l’ultima ora del lupo: “E poi toccherà all’orso”.

Lo spazio angusto e circolare che percorre ogni giorno è di pochi metri: oltre, non si spinge. È rimasta legata a una catena immaginaria, anche se quella reale, da anni, non c’è più intorno alla zampa che trascina. Così gira intorno allo stesso albero dall’alba al tramonto e nelle pupille ha solo angoscia e tormento. […]

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